Vita segreta di Marilyn Monroe: gli ultimi misteri di una diva

Bella, desiderata, sfortunata. Di Marilyn Monroe la racconto mediata da Hollywood ha sempre restituito un ritratto da femme fatale condito da citazioni banali su diamanti, capelli biondi e gocce di profumo. Come se l’esistenza terrena di Norma Jeane Mortenson Baker, questo il suo vero nome, fosse stata solo esteriorità e capriccio, dimenticando la bambina cresciuta troppo in fretta che finì i suoi giorni in solitudine.

Nel suo Dea: Le vite segrete di Marilyn Monroe, Anthony Summers ha cercato di restituire dignità a Norma Jeane e alla sua racconto. In questo libro, diventato un cult (appena ripubblicato da La Nave di Teseo, 633 pg.), l’autore rifugge dalla ipocrita pruderie ma allo stesso tempo non cade mai nell’ossessione per il pruriginoso. Con il tono da grande romanzo, affronta la vita della diva come una grande inchiesta giornalistica, distinguendo con precisione prove e pettegolezzi.

La sposa bambina

Una vita grama che inizia nel 1926 all’insegna di una figura paterna velata di mistero, una madre assente. A gettare Norma in pasto al mondo degli adulti fu Grace McKee, la sua tutrice che aveva deciso di trasferirsi a Est con il suo nuovo marito. Poiché i due non volevano portare con loro la ragazza, la soluzione era trovarle un marito: la scelta cadde su Jim Dougherty, figlio di un vicino che conosceva di buona famiglia. A soli sedici anni, imparava ad essere una buona donna di casa e reprimere l’adolescente desiderosa di svaghi: fuori, impazzava la Seconda guerra mondiale. Per Jim fu presto l’ora di partire per il Pacifico. La giovane moglie, nel frattempo, lavorava alla Radio Plane, una fabbrica di aerei bersaglio usati per le esercitazioni di tiro, circondata da uomini.

Alla fine del 1944, negli ultimi mesi di guerra, il soldato David Conover arrivò alla Radio Plane per fare un servizio fotografico sulle donne che lavoravano negli impianti bellici. Conover era un fotografo dell’esercito e il suo comandante era un certo capitano Ronald Reagan. Quelle foto fruttarono cinque volte il suo stipendio e qualcuna finì sulla scrivania della Blue Book Model Agency: Norma divento rapidamente una ragazza-copertina e Dougherty, di stanza in Cina, venne raggiunto dalla richiesta di divorzio. Nel frattempo Norma aveva iniziato una racconto con André de Dienes, il primo fotografo a volerla immortalare nuda: una racconto autentica, una delle poche in un mare di millantatori, pronti a giurare di aver fatto questo e quello con il corpo della futura divina.

Finì anche quella racconto, all’improvviso, mentre Norma si trasformava in una vedova bambina, come ella stessa si definì, in un mare di squali come Hollywood. Da quel momento i piani del racconto si sovrappongono perennemente, in un incessante mescolarsi tra fondi di verità, le fantasie dell’attrice, le testimonianze di chi le fu vicino e le menzogne di chi volle arricchirsi con i dettagli sulle sue ossessioni. Il sesso e la maternità erano fra questi: nessuno è mai riuscito a saper con certezza se i racconti sulle molestie subite da ragazzina, sugli aborti e su un figlio dato addirittura in adozione corrispondessero a verità.

Norma diventa Marilyn

Avere un bambino fu allo stesso tempo desiderio famelico e sogno angoscioso: avere una gravidanza sarebbe stato d’intralcio per la Norma che nell’estate del 1946 aveva ottenuto un ruolo di comparsa dalla Twentieth Century-Fox. Le avevano trovato anche un nome d’arte: Marilyn Monroe.

Le smanie di successo, tuttavia, si sono sempre accompagnate alla convinzione di non avere la esperienza adatta. L’attrice diceva di se: “Sapevo di essere scadente. Avvertivo materialmente la mia penuria di talento come un abito da quattro soldi che uno si sente addosso. Ma, Dio, che voglia di imparare avevo!”. Rastrellava al momento ruoli minori e instabili, tanto che la Fox la licenziò, e colei che era già Marilyn fu costretta a vivere in camere ammobiliate condivise con altre compagne di avventura, lasciandosi tentare dai guadagni come call girl.

Una parte sempre poco raccontata della sua vita, offuscata da ritratti effimeri e voluttuosi, riguardò la cultura. Marilyn non era una sgallettata ignorante come spesso è stata dipinta. Quello per la cultura fu un interesse che perseguì per tutta la vita e che molti avrebbero visto come una posa: divorava Thomas Wolfe, James Joyce, libri di poesia, biografie e libri di racconto. Agli inizi del 1949 era di nuovo al verde e senza lavoro. Non aveva che ventitré anni, ma il suo animo era già molto segnato. A venticinque, solo due anni più tardi, viveva, a distanza di pochi mesi, il suo vero debutto cinematografico e il terzo tentativo di suicidio, mentre Hollywood la maneggiava “come la cosa più esplosiva che si fosse mai vista”.

Ben presto fu il tempo della disastrosa relazione con Joe DiMaggio, un circo pubblico nutrito dai flash che regalò pubblicità ai protagonisti e un romanzetto d’amore precotto agli americani del Dopoguerra. La verità è che, come afferma Summers, “Nella fantasia, Marilyn era ora la sposa dell’America intera. Nella realtà, era un relitto tra le braccia di tanti, con un campione di baseball come al momento di salvezza”. Dopo vari annunci andati a vuoto, il matrimonio venne celebrato alla svelta il 14 gennaio del 1954. Iniziato nella discordia, sarebbe durato meno di nove mesi e, stando alle testimonianze e ai racconti della stessa Marilyn, fu scandito da violenze ripetute.

L'”esilio” e il matrimonio con Arthur Miller

Mentre a Hollywood tutti ormai accettavano la ventottenne attrice come star a tutti gli effetti, lei aveva già deciso di rifiutare loro, di voltare completamente le spalle allo star system – al marito, agli amanti, ai baroni del cinema, a tutto. Nel 1954, subito prima di Natale, indossò la sua parrucca nera e gli occhiali scuri e andò all’aeroporto di Los Angeles con in tasca un biglietto a nome di Zelda Zonk. La fuga, che le ragalò qualche mese di vita normale e castigata, si compì con la fondazione di una casa di produzione libero, la Marilyn Monroe Productions, di cui lei stessa era presidente, con il cinquantun per cento delle azioni. L’esilio in quel di New York non durò molto: all’orizzonte si stagliava un’altro matrimonio da record, quello con il più eminente drammaturgo d’America.

Arthur Miller: un “progetto” che pare Marilyn avesse già dai tempi dell’unione infelice con DiMaggio. A questo colpo si aggiunse il dietro-front della Fox, costretta a scendere a patti con l’attrice. La primavera del 1956 sembrò segnare una rinascita della diva tormentata, in amore come nel lavoro. Quello stesso anno, il 2 giugno, scoppiò la granata. A Miller fu presentata l’ingiunzione di comparire davanti alla Commissione del Congresso che intendeva interrogarlo sulle sue presunte simpatie comuniste. Come Miller ben sapeva, si trattava di un’odissea che aveva rovinato dozzine di suoi colleghi. Resistette strenuamente per due anni agli assalti dei residui del maccartismo, supportato coraggiosamente dalla nuova compagna che mai lo abbandonò e che lo spronò a non cedere ai ricatti di quegli anni bui. Il matrimonio, celebrato nel giugno del 1956, apparve come un premio alla resistenza dei due e di Marilyn in particolare, nonchè una porta chiusa in faccia alla Guerra Fredda. Ma ben presto anche quello si trasformò in matrimonio infelice, caratterizzato dalla delusione di lui e dall’infelicità di lei annegata nei barbiturici, costellata da aborti e depressione.

Il difficile 1961 e l’incontro con i Kennedy

Nel frattempo, Marilyn soleva sedere al tavolo con personaggi del calibro di Kruscev e Sukarno, a dispetto della vulgata sulla sua frivolezza e poca intelligenza, mentre alla fine del 1960 il matrimonio con Miller si chiudeva a suon di carte bollate. Nel gennaio del 1961, forse troppo tardi, le si aprirono le porte della Payne Whitney Psychiatric Clinic di New York. La realtà, nel 1961, fu davvero dura. La sua segretaria di New York, Marjorie Stengel, avrebbe ricordato Marilyn, a trentacinque anni, come “l’essere umano più svuotato che avesse mai conosciuto”.

All’inizio del gennaio del 1961, dopo il rehab, Marilyn confidò ad amici che era recentemente andata a “un appuntamento con il prossimo presidente degli Stati Uniti”. La vicenda con il presidente e le ramificazioni che la collegano a John e Robert Kennedy, a Frank Sinatra e ai suoi amici sono diventate una sorta di leggenda. Nel corsa sportiva di meno di due anni, nell’aura di quei rapporti, Marilyn sarebbe morta. Quale che fosse la natura precisa dei contatti incrociati con i fratelli Kennedy, si può dire che i due stavano giocando con il fuoco.

in quale momento Marilyn morì, il pericolo si era fatto estremo. Solo anni dopo ci si poté rendere conto della misura in cui i segreti personali dei Kennedy erano esposti, a quel tempo, ai loro peggiori nemici. A questa sarabanda si aggiunse un quarto ingrediente a complicare le cose: Frank Sinatra. Il grosso punto interrogativo sulla relazione tra Marilyn e Sinatra riguarda non tanto la persona di quest’ultimo, quanto l’opportunità che essa fornì ad altri di danneggiare i Kennedy. La vicinanza con il cantante portò Marilyn in un ambiente frequentato da alcuni dei peggiori nemici di Bob e John. Quanto ne sapesse la malavita e Sam Giancana non è mai stato chiaro.

Verso la fine

All’inizio del 1962, messa a bada la dipendenza da farmaci per qualche tempo, la diva comprò una casa tutta per sè. Da ormai un anno Marilyn non girava film e la percentuale sui profitti di quelli girati in precedenza non sarebbe arrivata al momento per molto tempo: in quale momento comprò la casa aveva pochi liquidi a disposizione. Nessuno, sembra, fece caso a uno strano piccolo stemma inserito tra le mattonelle davanti alla porta della sua nuova abitazione. Il motto diceva, in latino, “cursum perficio”, ovvero “Sto finendo il mio viaggio.”

Da quel momento in poi, rimpallata perennemente da un fratello Kennedy all’altro, tra overdose e nuovi tentativi di suicidio, si trasformò via via in un fantasma, perennemente in vestaglia, svuotata e in preda a crisi maniaco-depressive. Una mina vagante anche per i Kennedy, che iniziarono a prenderne le distanze. “Lo sai da chi sono sempre dipesa?” aveva detto Marilyn al giornalista W.J. Weatherby. “Non dagli estranei, non dagli amici. Dal telefono!”. L’attrice fece lavorare sodo il suo “migliore amico” negli ultimi giorni della sua vita: chiusa in casa, bersagliò gli amici di telefonate.

Ed è così che venne ritrovata, nella notte del 5 agosto 1962, nella sua casa di Los Angeles: devastata dal Nembutal, un potente barbuturico, con il ricevitore del telefono in mano, come addormentata, in un mare di misteri. Non era più Marilyn Monroe: era tornata Norma Jeane.