Uccidere è come amare non si può farne a inferiore. Le passioni di Patricia

Patricia Highsmith è sempre stata un’autrice abituata a non sprecare le parole. Scarna, spietata e diretta in tutto ciò che ha scritto per tutta la sua vita. Lo si intuisce subito leggendo romanzi come Sconosciuti in treno, Acque profonde, Il talento di mister Ripley, L’amico americano, Diario di Edith. Ma il suo uso minimalista e tagliente del linguaggio emerge ancora di più negli scritti autobiografici. Persino il suo atteggiamento predatore è lì messo in evidenza, il suo occhio spietato sul mondo, quello stesso sguardo che nelle sue storie attribuisce ad amanti, assassini e psicopatici. Ci aiuta a comprendere meglio quanto il noir sia stato una sorta di costola esistenziale nella vita della scrittrice americana il monumentale volume Diari e taccuini (La nave di Teseo, pagg. 1104, euro 38) che comprende testi dal 1941 al 1945, con una selezione accurata fatta da Anna von Planta. Già in esergo al libro leggiamo due citazioni speciali: «la scrittura, naturalmente, sostituisce la vita che non posso vivere, che non riesco a vivere» (tratta dal «Taccuino 19» del 17 maggio 1950) e «occorrono due specchi per la corretta immagine di sé» (dal «Taccuino 29» del 23 febbraio 1968).

La Highsmith ammette che scrivere le permetteva di immaginare cose, di muoversi con una diversa libertà, di avere una maggiore consapevolezza del suo essere interiore ed esteriore, della sua capacità di guardare con occhi felini al male e al malessere. Il suo rapporto con la letteratura nera e la visione noir della realtà è iniziato presto: a tre anni Pat sapeva leggere, e a nove i suoi scrittori preferiti erano, tra gli altri, Dickens, Dostoevskij e Doyle. Si era divertita a leggere il manuale di anatomia che la madre utilizzava per lavoro e persino The Human Mind di Karl Menninger, uno strano compendio di studi scientifici che riguardavano i comportamenti umani anormali. In una lettera a Karl Menninger del 1989 confessava che il suo avvicinamento al mondo dei criminali era stato progressivo: «non mi viene in mente niente di più apposito a mettere in moto l’immaginazione e i suoi poteri creativi dell’idea – del fatto – che chiunque ti passi accanto sul marciapiede possa essere un sadico, un ladro compulsivo, o persino un assassino».

Già nel 1942 confessava: «il mio primo racconto è stato Crime Begins. Tendo a quella dimensione e sono brava nella suspense. Mi affascina il morboso, il crudele, l’anormale». E nel 1959 ribadiva quanto l’omicidio fosse paragonabile alle passioni sessuali più intense e per questo irrinunciabile e legato a un istinto irrefrenabile: «Mi interessa molto la psicologia dell’assassino, e anche i due poli opposti, le pulsioni del bene e del male (costrizione e distruzione). Come una piccola deviazione possa tramutare l’uno nell’altro, e tutta la potenza di una mente e di un corpo possa essere deviata verso l’omicidio o la distruzione! È terribilmente affascinante! E fare tutto ciò principalmente, di nuovo, per intrattenersi. Forse anche l’amore, dopo una serie infinita di colpi alla testa, può diventare odio». E ancora, sempre più diretta: «Curiosamente ieri mi sono sentita vicina all’omicidio, quando sono andata a vedere la casa della donna che per poco mi ha fatto affascinare, quando l’ho vista per un attimo fugace nel dicembre 1948. Commettere un omicidio è come fare l’amore, è prendere possesso. (Non è forse l’attenzione di un momento all’oggetto del proprio affetto?). Arrestarla all’improvviso, le mani sul suo collo (che vorrei tanto baciare) come scattando una fotografia: renderla in un istante fredda e rigida come una statua».

Come leggiamo nella prefazione a Diari e taccuini, dopo la morte della scrittrice nel 1995 in Svizzera vennero ritrovati nella sua casa «cinquantasei spessi quaderni, nascosti nel retro del suo armadio per la biancheria: diciotto diari privati e trentotto taccuini, che fornivano circa ottomila pagine di testimonianze personali… I taccuini di Pat erano libri di lavoro e un parco giochi per la sua immaginazione. Contengono esercizi di eleganza, intuizioni e riflessioni sull’arte, la scrittura e la pittura, e ciò che Pat amava chiamare Keime (un termine tedesco che significa germi), idee e interi passaggi per potenziali racconti e romanzi. I diari ci aiutano a capire meglio i taccuini: organizzano le annotazioni dei taccuini all’interno di quello che sembra essere una cornice fuggevole e un contesto personale veritieri. A differenza dei taccuini, scritti per poco interamente in inglese, Pat ha assortito i suoi diari fino al 1952 in cinque lingue. E sembra che le ragioni fossero diverse… Pat era in gran parte autodidatta in francese, tedesco, spagnolo e italiano, e descriveva i diari come libri di esercizi in lingue che non conosco. Era una studentessa ambiziosa, desiderosa di applicare e mettere in pratica nei suoi diari quanto stava imparando, godendo dei nuovi mezzi di espressione e delle prospettive sul mondo che ogni nuova lingua le offriva. C’è inoltre, più di una ragione per ritenere che l’esercizio servisse anche a criptare alcuni dei dettagli più intimi, proteggendoli da sgraditi occhi indiscreti».