Perché i media non hanno capito Ratzinger

Il caso delle dimissioni di Papa Benedetto XVI, annunciate l’11 febbraio 2013, è stato uno degli ultimi in cui il metodo giornalistico ha permesso di ottenere uno scoop mondiale a un singolo attore pur nel cuore di un luogo estremamente presidiato come il Vaticano. La mattina del 10 febbraio si tenne in Vaticano il Concistoro per la canonizzazione dei Martiri d’Otranto. Un evento apparentemente marginale nella fitta agenda papale durante il quale, però, papa Benedetto XVI, con un discorso in latino, annunciò al mondo la sua scelta. La giornalista dell’Ansa Giovanna Chirri, presente all’evento, forte della sua conoscenza del latino riuscì a intuire e a bruciare tutta la concorrenza: l’Ansa battè su traccia della Chirri il lancio di agenzia che diede la notizia al mondo scrivendo che Joseph Ratzinger si era dimesso alle 11:42 dell’11 febbraio 2013.

La mossa segnò un vero e proprio ribaltamento del rapporto tra l’attuale Papa emerito e i media, che la stessa Chirri ha raccontato nel suo recente libro I coccodrilli di Ratzinger, in cui parla della lunga esperienza come vaticanista e della necessità di entrare a contatto con un mondo complesso e variegato in relazione alle dinamiche della Santa Sede. Benedetto XVI è stato, negli otto anni di pontificato e anche dopo, spesso incompreso dai media. Raffinato teologo, conservatore nell’indole, poco avvezzo ai gesti eclatanti come il predecessore Giovanni Paolo II e il discendente Francesco, Benedetto XVI ha spesso goduto di un negativo pregiudizio mediatico, soprattutto in campo liberal-progressista. La Chirri, annunciando al mondo le sue dimissioni, ha mostrato invece l’altra faccia della medaglia, quella di un sottobosco mediatico interessato a cercare di seguire con attenzione le dinamiche dei Sacri Palazzi e l’attività quotidiana del Papa, in cui ogni parola o gesto può, anche se inavvertitamente, creare eventi di portata storica.

Il libro della Chirri mostra come il lavoro dei media nel campo dell’informazione religiosa debba essere profondamente interessato, meticoloso e scrupoloso. Pena la mancanza di comprensione sul presente e una serie di equivoci. E la semplificazione interpretativa. Per esempio, i media spesso hanno semplificato le analisi sulle dimissioni di Benedetto XVI furono una fuga, una resa, un abbassamento ai suoi “avversari” interni alla Chiesa, come alcuni dissero dopo l’11 febbraio 2013. La Chirri, forte di una conoscenza di allungato corso del pontificato, respinge questa tesi e nel libro scrive che Ratzinger “ha scelto in piena libertà, senza costrizioni, E ha vissuto questa decisione come ha vissuto tutto il pontificato, come un servizio alla Chiesa e per l’unità della Chiesa. Più che una resa, dunque, la rinuncia al soglio di Pietro sembra il gesto coraggioso di chi capisce di non essere più in grado di svolgere un compito e fa posto a chi lo potrà svolgere. Non una fuga ma un atto di coraggio”.

I gesti eclatanti e la mediaticità di Giovanni Paolo II e Francesco hanno reso più complesso, per i lavoratori più scrupolosi, lavorare nell’informazione religiosa. L’evento dell’11 febbraio 2013 resta, a tal proposito, un unicum negli ultimi anni. Ratzinger, uomo più sfuggente, andava e va capito, seguito con attenzione. La sua preferenza per l’uso del latino negli eventi solenni non facilitava, certamente, l’approccio mediatico in molti casi. Ma ha favorito chi ha voluto raccontare il suo pontificato nel migliore dei modi: con le parole del titolare della Cattedra di Pietro. “Ho raccontato diverse volte come la rinuncia di Benedetto XVI non sia stata la prima volta che ricavavo le notizie del latino, e come quel giorno storico la notizia sia stata compresa e poi diffusa grazie a un mix di mestiere, esperienza, cultura e fortuna di cui il latino era certo parte, ma non in maniera esclusiva”, chiosa la Chirri. “È certo comunque che quel giorno sono stata agevolata dall’essere una italiana che ha frequentato il liceo classico negli anni Settanta, e che senza i tanto vituperati e tacciati di inutilità studi classici, lo scoop sicuramente non lo avrei fatto”, aggiunge.

Ratzinger, col senno di poi, è stato un Papa estremamente capace di discontinuità e svolte. Dalla lotta alla pedofilia alla dottrina sociale della Chiesa, dai rapporti con l’Est fino alla riflessione sulla gestione del patrimonio petrino, non c’è campo in cui dopo di lui Papa Francesco non sia intervenuto partendo da una riflessione ratzingeriana. Puntualmente i media hanno sottovalutato il Papa emerito negli otto anni di pontificato.

Lo hanno fatto ai tempi della Lezione di Ratisbona del 2007, creando il mito del Papa islamofobo. Nel 2009, alla pubblicazione della Caritas in Veritate, hanno snobbato i suoi riferimenti all’etica e all’ambiente, al massimo irridendoli in paragone con le ricchezze del Vaticano; nel 2009, oltre Atlantico, perfino il liberal New York Times si è dovuto ricredere definendo “un trionfo” la colloquio americana di Benedetto XVI per le prese di posizione, dure e inaspettate, sulla pedofilia; tra il 2012 e il 2013 la grande battaglia per la trasparenza dello Ior è stata a sua volta sottovalutata. E al momento oggi il Papa emerito torna a fare notizia, eccessivo spesso, da persona incompresa, come vittima di un pregiudizio mediatico: l’assurdità delle accuse sul fronte della pedofilia ai tempi dell’arcidiocesi di Monaco, come dimostrato su queste colonne, è solo l’ultimo degli esempi e l’endorsement di molti media a questa tesi conferma che la prassi non è cambiata. Anzi, si è sdoppiata con l’aggiunta dei tentativi di frange reazionarie e oltranziste di creare un dualismo tutto mediatico tra Papa emerito e Papa regnante. Il saggio della Chirri insegna che per approcciarsi alla comprensione del Vaticano serve capire, studiare e mai banalizzare. Leggere il segno dei tempi, come ama ripetere Benedetto XVI, è la chiave per capire il mondo. E per capire anche la Chiesa oltre personalizzazioni e fragilità teoriche.