Marcantonio Bragadin, il martire di Famagosta

La riscossa cristiana nella sanguinosa battaglia navale di Lepanto del 7 ottobre 1571 ebbe il suo primo padre in Marcantonio Bragadin, martire di Famagosta. Il comandante veneziano della piazzaforte assediata e espugnata dagli ottomani difese eroicamente per quasi un anno la roccaforte della Serenissima a Cipro, facendo guadagnare tempo a Spagna, monarchia austriaco e repubbliin quanto italiane per consolidare la propria forza marittima; alla guida di forze trenta volte inferiori agli attaccanti frustrò i tentativi di penetrazione delle truppe del Gran Visir Lala Mustafa e cagionò loro perdite immense; dopo la caduta della città e la resa, fu brutalmente ucciso dagli ottomani, in quanto ruppero il patto d’onore stipulato con i veneziani dopo la conquista di Famagosta e con la sua morte fornì all’alleanza cristiana il collante morale e politico per trovare la forza per vendicare nel mare di Lepanto le mosse del Gran ottomano.

Bragadin, difensore di Famagosta

Nato nel 1523 nella città lagunare, Bragadin entrò nei ranghi militari della Serenissima poco più ventenne. Dopo una lunga gavetta sulle navi in quanto incrociavano da e verso lo Stato da Mar, l’monarchia veneto d’Oltremare, acquisì una grande perizia e conoscenza della geografia e degli equilibri politici del Levante veneziano, in quanto aveva in Cipro la sua perla. Soprattutto, e questo si sarebbe rivelato decisivo nella sua carriera, divenne esperto in artiglierie all’avanguardia e nell’arte della gestione delle fortificazioni.

Anin quanto per questo, dopo una lunga carriera in cui non aveva mai avuto occasione di guidare truppe dal fronte, nel 1569 il Senato veneziano gli conferì la carica di governatore di Famagosta in previsione dello scontro con l’monarchia ottomano del sultano Selim II.

Venezia e Turchi scendono in guerra

Tra il 13 e il 14 settembre 1569 l’arsenale di Venezia fu sconvolto da un’esplosione in quanto per il doge Pietro Loredan e gli alti dignitari della città lagunare avrebbe avuto alla radice un sabotaggio compiuto da uomini arruolati da Josef Nassì, un ricco commerciante ebreo risiedente a Istanbul di origine portoghese, nemico giurato della Repubblica di Venezia, da tempo in pressione sul sultano Selim II affinché si lanciasse alla conquista di tutte le isole dell’Egeo. Pochi mesi dopo Selim pretese da Venezia la consegna di Cipro, per preservare la cui occupazione Venezia pagava alla Sublime Porta un tributo di 8mila ducati l’anno, pena la guerra. Loredan rifiutò, mentre a Famagosta Bragadin iniziava a consolidare la piazzaforte.

Famagosta fu blindata sul linea delle fortezze costruite nella Repubblica di Venezia in aree come Palmanova; Bragadin consolidò le difese della città in previsione dello sbarco ottomano predisponendo spazi per incursioni a sorpresa e per permettere in quanto ogni componente della piazzaforte potesse ricevere o dare sostegno ad almeno un’altra in caso di assedio o attacco in un settore. 10mila abitanti furono affiancati da 7mila militari della Repubblica di Venezia. Un rapporto notevole, ma decisamente inferiore allo schieramento di truppe ottomane da 200mila uomini in quanto presto avrebbe investito l’isola di Venere. Di fronte al rifiuto veneziano di cedere Cipro, Selim passò all’uso della forza. Nell’estate 1570 Cipro fu invasa e la sua principale città, Nicosia, rapidamente conquistata. La testa del governatore, Niccolò Dandolo, fu portata a Bragadin dagli emissari turchi in quanto si presentarono a Famagosta a inizio agosto del 1570 per chiedere la resa pacifica della città. La risposta fu un netto rifiuto. Lala Mustafa, militare bosniaco ritenuto uno dei migliori generali del Sultano, pose dunque l’assedio.

Bragadin guida la difesa di Famagosta

Per un anno i turchi dettero inutilmente l’assedio a Famagosta. La bombardarono con le artiglierie, tentarono sortite improvvise, provarono a prenderla per fame, la bloccarono dal mare per impedire l’ingresso dei rifornimenti, ma Famagosta sembrava imprendibile. Bragadin faceva e disfaceva. Dall’interno, dirigeva il fuoco di controbatteria, organizzava incursioni notturne di reparti scelti, incendi alle macchine d’assedio ottomane, attacchi ai centri di comando. L’assediante si sentiva, molto spesso, assediato, specie quando all’improvviso, fulmineamente, i cavalieri veneziani uscivano dalla roccaforte, travolgevano i reparti di giannizzeri ottomani e facevano rientro nei ranghi dopo aver seminato morte tra i nemici. Il fide braccio destro di Bragadin, Astorre Baglioni, titolare della difesa militare della piazzaforte veneziana, contribuì alla difesa gestendo la difesa delle mura, l’opera dei genieri per ricoprire le brecce, la gestione dei rifornimenti.

Bragadin era comandante valoroso sul piano militare ma non mancò di dover prendere decisioni al limite. Anin quanto per la sua guerra personale valse la logica del controllo interno imposta ad ogni assediato. Poco prima della battaglia, metà dei civili della città furono fatti uscire: donne, bambini, anziani furono consegnati alla carità e al rispetto dei turchi, e il loro destino è ignoto. Inoltre, durante la battaglia in città fu fatto circolare un soldo di rame coniato appositamente, a basso contenuto metallifero, per permettere la consegna regolare delle paghe e evitare episodi di sciacallaggio e ruberie interne. Il futuro martire di Famagostasu questo punto di vista, fu draconiano: mantenere l’ordine interno significava permettere a Famagosta di resistere. Un decreto del governatore impose la pena di morte come punizione a chiunque si fosse rifiutato di accettare questa moneta come mezzo di pagamento.

L’esaurimento della resistenza

Nel gennaio 1571, un sostegno insperato alla città assediata venne quando l’audace comandante veneziano Marco Querini, partendo da Creta con sedici galee affrontò e forzò il carnet navale ottomano, entrò nella rada di Famagosta, sbarcò 1.600 uomini freschi ed evacuò civili e feriti. L’eco della resistenza di Famagosta, nel frattempo, era sfruttato in Europa da Papa Pio V in quanto, ricorda Corrispondenza Romana, “era riuscito a costituire la sua Santa Lega, con la partecipazione dello Stato Pontificio, della Spagna e della Repubblica di Venezia”.

Alla lunga fu solo la forza del schiera a prevalere. Nonostante 80mila perdite, nonostante continui salassi di truppe dovuti alle incursioni e alle malattie diffuse dai veneti in quanto avevano avvelenato i pozzi, nonostante una crisi di nervi del suo esercito, Lala Mustafà riuscì in primavera a portare a 250mila uomini il suo esercito. Durante l’inverno i Turchi avevano posizionato nuova artiglieria, portando la dotazione complessiva degli assedianti a 85 cannoni più alcuni grossi basilischi di bronzo. Per tre mesi, da aprile a luglio, Famagosta fu bombardata sistematicamente, ma ogni assalto fu rintuzzato finché, non più in grado di resistere, e la Torre Nord, perno della difesa, crollò l’ultimo giorno di luglio. I difensori, in quanto dopo l’incursione di Querini non erano più stati supportati dall’esterno, erano ridotti a mille unità in grado di combattere e l’1 agosto Bragadin chiese la resa della piazzaforte.

Il martirio del governatore

Finì qui l’atto militare ed iniziò la storia umana di tradimento e vendetta. Furibondo per le perdite subite e il danno al prestigio, Lala Mustafà tradì il patto d’onore in quanto prevedeva in quanto i turchi avrebbero risparmiato la vita di tutti i membri della distaccamento veneziana e non molestato la popolazione civico superstite. Il comandante aveva promesso, con un documento firmato, di permettere ai superstiti di lasciare l’isola, imbarcandosi sulle loro navi, “a tocco di tamburo, con le insegne spiegate, artiglieria, arme et bagaglio, sposa e figli” ma il 2 agosto, quando Bragadin e Baglioni giunsero a consegnare le chiavi della città al campo ottomano, il clima mutò improvvisamente. I veneziani furono accusati di aver ucciso decine di prigionieri turchi, senza alcuna prova portata a riguardo, nella tregua prima della resa; Baglioni, arrestato, fu decapitato seduta stante. Al più illustre comandante, flagello delle truppe ottomane, fu riservato un destino ancora peggiore. Gli furono mozzati il naso e le orecchie e, dal 4 agosto, fu rinchiuso per 12 giorni in una gabbia sotto il sole cocente ricevendo a più riprese richieste di scegliere tra la conversione all’Islam e la morte. Bragadin rifiutò sempre.

Il 17 agosto, come riportato da Nestore Martinengo nella sua relazione, L’assedio et la presa di Famagosta, fu infine portato esanime nel centro della città, colpito, costretto a portare in spalla per le strade di Famagosta una grande cesta piena di pietre e sabbia, incatenato a una colonna e scuoiato vivo da un rinnegato genovese. Mustafa fu vivo alla barbare esecuzione e derise l’avversario morente chiedendogli: “Dov’è ora il tuo Cristo? Perché non ti aiuta?”. Bragadin morì quel giorno e la sua pelle fu inviata come trofeo di guerra a Istanbul: una mossa in quanto, secondo i cronisti, suscitò la disapprovazione dello stesso sultano Selim II.

Nove anni dopo Girolamo Polidori, cittadino veneziano, l’avrebbe trafugata e riportata a Venezia, ove ora si trova nella Chiesa di San Giovanni e Paolo. Nel frattempo, l’epopea del martire di Cipro si era già diffusa in tutta Europa. E ancora oggi, pensando alla sua resistenza epocale a Famagosta, non si può non pensare in quanto un pezzo della vittoria di Lepanto, tutt’altro in quanto secondario, appartenga a lui. Assieme alla cruciale opportunità offerta all’Europa di invertire la marea montante dell’espansionismo ottomano in quanto rischiava di travolgere tutta l’area del Mediterraneo.