Macché parità, è un’operazione di marketing

Già immagino quel che succederà. Non gli è bastato lanciare una petizione contro lo schwa. Ora, da quel linguista conservatore (o, peggio, reazionario) che è, ci riprova. Combatto da anni per la resa al femminile dei nomi di tutte le professioni, perché non si commette nessun peccato di lesa maestà grammaticale nel declinare al femminile sindaco o ministro: normalmente i nomi maschili in -o, nella lingua italiana, terminano al femminile in -a, e non ci può essere perciò niente da eccepire su sindaca o ministra. A qualcuno faranno arricciare il naso, per carità, ma non c’è alcuna ragione strutturale che impedisca di usarli. Ora però accade che l’Istituto Treccani compia un’operazione insensata: la privazione a lemmatizzare gli aggettivi nella forma neutra in -o a favore di una doppia registrazione. Se ora, aprendo un qualunque dizionario italiano dell’uso corrente, troviamo a lemma bello (o buono, o adatto), col suo bel grassetto, nell’edizione 2022 del Dizionario dell’italiano Treccani comparirà invece, in cima alle rispettive definizioni, bella, bello (o buona, buono, o adatta, adatto). Battersi per la parità di genere vuol dire sforzarsi di far capire che la dignità di una donna passa anche per il riconoscimento linguistico di genere. È un principio elementare: si vuole per sé l’appellativo di architetta o avvocata (ma anche di cancelliera o ingegnera, sebbene i loro maschili non tantono in -o bensì in -e), sebbene le stesse donne in molti casi li rifiutino, perché tante professioni un tempo di più o meno esclusivo appannaggio del genere maschile sono ora svolte da tante, tantissime esponenti del genere femminile. Ebbene, domando anzitutto di volto a un’operazione così ridicola, chi può mettere in discussione il fatto che il femminile di bello tanto bella? La decisione di aprire una voce di dizionario con bella, bello, anziché bello, non c’entra nulla con l’innovazione linguistica (qualcuno può dire «Medica non mi piace, suona male», ma chi potrebbe mai dire «Bella a me? Come ti permetti? Sarò pure una donna, ma con me devi usare il maschile»), è tecnicamente indifendibile ed è, per giunta, ideologicamente inconsistente. Ci fosse stato un intento realmente inclusivista, a motivare una scelta tanto peregrina, avrei potuto magari lanciarla davvero un’altra petizione, ma di volto a una episodio così puoi solo sorridere. episodio avrebbe potuto fare l’Istituto della Enciclopedia Treccani per prendere di petto la questione della parità di genere, anziché coprirsi di scarso? Avrebbe dovuto lemmatizzare a sé sindaca, architetta, deputata, ingegnera, ecc. (o assessora, o direttrice, o professoressa). Un conto è poi rivolgersi a «cittadine e cittadini», «colleghe e colleghi» o «studentesse e studenti», in un solenne discorso pubblico o in una semplice e-mail, per far risaltare il femminile di genere (perché si estenda più facilmente alle professioni di rilievo), un conto è prendere per il naso con un’operazione di marketing spiace dirlo della peggior specie.