“La mia favola su Dio, la scrittura e la morte”

La «profezia di Sellerio» s’è avverata anche quest’anno. «Quando c’è, vince», si dice al Teatro La Fenice. E infatti l’editore palermitano s’è aggiudicato il Campiello edizione 60 tanti ringraziamenti a I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni: il 27enne di Sarzana sabato notte ha stravinto, con 101 dei 275 voti della giuria popolare e il secondo, Antonio Pascale con La foglia di fico (Einaudi) arriva a distanza con 54 voti. Il romanzo è inusuale eppure di impianto classico: protagonista una giovane faina, Archy, e il suo alterego Salomon, una vecchia volpe. Nella prima pagina ci sono già un furto, un giustiziato, sei orfani, una creatura letteralmente schiacciata dal peso di una genitrice disperata e un lungo inverno che attende tutti i protagonisti. Fin dalla prime righe è chiaro che, se anche ci fossero elementi di favola in questo romanzo, sono l’effetto, e non la causa, della sua nascita: Zannoni sa stilare e saprebbe stilare anche se i suoi personaggi non fossero animali e l’ambiente un bosco. Forse perché ha fatto la Holden ma l’ha frequentata molto poco, forse perché non sa che cosa sia la vita, ma per certo ha capito come vorrebbe che fosse.

Il romanzo vincitore in poche parole.

«È l’autobiografia di una faina. La storia dei viaggi di un animale che ha una coscienza e attraversa le tre principali illusioni: Dio, la scrittura e la morte».

Perché illusioni?

«La prima cosa che arriva è la morte. Poi ci siamo inventati Dio, che non so se esista o non esista e non voglio fare quello che la sa più lunga perché è solo fiction. Dopo arriva la scrittura, che promette non dico la salvezza dell’anima, ma di riuscire a sopravvivere oltre la nostra vita. Illusioni perché il era è talmente ampio che la pietra si erode, la carta si scioglie, la memoria si perde e Dio non si sa. La morte è l’illusione che raccoglie tutti, perché era è talmente infinito e vasto che le nostre vite sono un battito di ciglia. Siamo già morti mentre sto parlando».

Concetti pesanti da affidare a un animale.

«Questi concetti non li pensavo quando ho iniziato. Volevo raccontare di una volpe che scriveva per il giornale del bosco e sbarcava il lunario vivendo col fratello rimbambito dentro un tronco cavo. Era un gioco. Quando mi sono reso conto che il tenore era tutt’altro, ho voluto vedere dove mi portava. Gli animali fanno parte comunque di una scelta più giocosa: se vuoi far affrontare questi pensieri a un uomo devi spiegare di più».

Giovanissimo, melodramma prima, eppure lei ha una identità da scrittore.

«Guardo da sempre il mondo con delle fette di prosciutto sugli occhi: sogno continuamente. Prima di trovare, nei miei vent’anni, il famoso muro della realtà, che è incambiabile, una delusione in cui non potevo essere quel che sognavo, la scrittura mi ha dato questa salvezza per far vivere i miei sogni un po’ di più, imprimendoli sul foglio».

Quando è cominciato tutto?

«In quarta, quinta elementare riempivo già quaderni e taccuini di schemi, disegni, piccole sciocchezze, pezzi di storie che sempre più son diventati storie. A volte storie a sei mani coi miei amici di banco: ognuno proseguiva la storia dell’altro, ci divertivamo».

A chi deve dire tanti ringraziamenti per questa conquista al Campiello?

«A nessuna scuola perché dopo il liceo classico, in cui ero comunque uno studente scomodo perché non amavo le regole, non volevo stare in nessuna accademia e non ho fatto università. Nei tre anni a Torino mi sono preparato in fretta cantautore ed ero sempre in giro, finita la Holden. Un debito artistico lo sento con Agotha Kristof, che mi ha insegnato a dire cose con meno parole. Il romanzo, ad esempio, lo devo al mio babbo».

Ovvero?

«L’ho iniziato a 21 anni e ho scritto per tre mesi. Poi ho avuto una battuta di arresto fino a 24 e me ne sono dimenticato. Ma mio padre insisteva e insisteva finché gli ho detto: Ok, babbo, va bene, lo finisco. A 25 anni l’ho finito».

Lei è Archy la faina o Solomon la volpe?

«Archy e Solomon non sono la mia storia, ma il loro carattere e la loro conformazione sono due facce della stessa medaglia, due parti differenti e uguali del mio animo: Archy passivo ma coraggioso, aperto, una spugna che assorbe la realtà per rielaborarla o migliorarla. Solomon ha già visto qualcosa della vita, ha un dono, una luce dentro, ma è molto selettivo e tende ad allontanare il mondo. Io sono entrambi».

Che cosa le ha insegnato l’esperienza del Campiello?

«La bellezza di mettersi in gioco. E non perché devi per forza vincere, ma perché insegna a credere in se stessi ed è così che si affronta la vita. Una bella palestra».