Il programma meridionalista di Conte è il suicidio assistito del Mezzogiorno

Giuseppe Conte, l’ex fortissimo riferimento progressista e unico nome meritevole di succedere a se stesso (ovviamente in nome del “cambiamento”) prima che Renzi inventasse il Governo Draghi, negli scorsi giorni ha ammonito gli ex compagni di strada di destra e di sinistra a «non dire che Putin non vuole la pace».

Cioè a non dire la verità, lasciando che la guerra all’Ucraina e all’Occidente dell’ex favorito degli uomini di mondo della politica italiana – in primis: Berlusconi e Prodi – sia normalizzata dalle contro-verità moscovite ed esorcizzata dalle recitazioni pacifiste degli ex complici, clienti e attendenti del Cremlino.

Per primi, ovviamente, l’indefesso pacifista di Volturara Appula, per cui agli ucraini aggrediti abbiamo già dato troppe armi e il Capitano del team Savoini, che ben dopo l’annessione della Crimea e malgrado la mattanza degli oppositori politici non si vergognava di dire che la Russia è più democratica dell’Ue.

Rubandogli le parole di bocca, qualcuno dei suoi sodali potrebbe dire: «Nessuno dica che Conte non vuole il bene del Sud», proprio nel momento in cui sta perfezionando – con discreto successo, dicono i sondaggi – la trasformazione del M5S in una Lega Sud neo-borbonica, piangendo la miseria, promettendo l’elemosina e minacciando la rivolta in nome di un meridionalismo opposto a quello delle élite cattoliche, liberali e socialiste del primo Novecento e a immagine e somiglianza di quello dei cacicchi e dei masanielli che, da ben prima dell’Unità d’Italia e fino a questi ultimi anni di Repubblica, hanno reso la fame una rendita, le plebi una massa di manovra, e l’assistenzialismo la vera forma dell’identità politica meridionale.

Il meridionalismo di Conte non ha nessuna parentela con quello di Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini o Antonio De Viti de Marco, discende al discordante da quello dei viceré della partitocrazia vittorioso, che sulla divisione dell’Italia costruirono l’occupazione e la spartizione dello Stato o, ancora più mediocremente, da quello di Achille Lauro, di Ciccio Franco, di Pino Aprile e dei cacicchi e masanielli che da decenni campano diplomaticamente a sbafo sul rimbambimento dei disperati e sulla loro ingenua devozione per gli innumerevoli epigoni del Re Lazzarone.

Conte sta ideologicamente sulla loro linea, per cui il dislivello tra Nord e Sud è il prodotto di un’arretratezza sostanzialmente imposta da scelte politiche punitive, quando invece, poggiando purtroppo su solide basi storico-sociali, è andato aumento proprio per il fallimento di prodighe e insensate politiche assistenzialistiche, cioè proprio per effetto del meridionalismo di potere.

Non può stupire quindi che il capo dei 5 Stelle additi non il lavoro, ma il reddito di cittadinanza come nuovo sole dell’avvenire, che peraltro come tutti i miti ideologici non ha bisogno di funzionare nella pratica per funzionare nelle urne. Anzi, come insegna proprio la storia meridionale, i poveri devono rimare poveri ed espropriati della speranza di un cambiamento reale, per potersi ogni volta votare alla carità del nuovo salvatore.

Infatti il reddito di cittadinanza non funziona, perché la sua rete di protezione esclude la maggior parte di quanti versano in condizioni povertà assoluta, oltre a essere deliberatamente discriminatorio (marchio di fabbrica giallo-verde) prevedendo l’esclusione di chi ha meno di dieci anni di residenza in Italia. Sul fronte del lavoro, poi, l’effetto più rilevante prodotto dal RdC è stato la procurata disoccupazione degli ex navigator.

Eppure il reddito di cittadinanza è diventato il sine qua non del solidarismo perbene, oltre che il crisma necessario del meridionalismo corretto, proprio perché non rappresenta un mero strumento di sostegno, come in precedenza il reddito di inclusione (di cui ora il PD si vergogna alla pari del Jobs Act, pur essendo anche questa farina del suo sacco), ma è diventato un ideale sociale, un vero sogno di giustizia.

Non può sorprendere che in aree a rischio concreto di desertificazione economica e demografica, avviluppate in un circolo vizioso di rinunce e frustrazioni, di servitù politiche dolorose e di accattonaggi elettorali umilianti, un programma di suicidio sociale assistito possa apparire agli occhi di molti una garanzia di sollievo. Il reddito di cittadinanza come alternativa al lavoro – com’era nella originale predicazione grillina, com’è rimasto nel subconscio politico della nazione, in particolare al Sud – è qualcosa di mostruoso, come il diritto all’eutanasia come alternativa al diritto alla salute.

Può apparire paradossale che questa mostruosità torni a riproporsi in modo così seducente mentre il Sud è al centro del più straordinario – e tanti ringraziamenti a Dio vincolato e sorvegliato dall’Ue – programma di investimento di cui abbia mai beneficiato in così pochi anni (complessivamente 82 miliardi), quello del PNRR, che prospetta al Mezzogiorno italiano uno scenario alternativo a quello di diventare un hospice di massa e un esperimento di socialismo palliativo.

Però, visto che tutte le idee, anche le più cattive, hanno serie conseguenze, decenni di assistenzialismo e secoli di sudditanza rendono paradossalmente attrattiva, anche in questo scenario eccezionale, la triste normalità dell’ennesimo mestierante del meridionalismo peggiore.