Errori della Fed e pericolo di un contagio

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La Fed ha commesso un errore che può costare dispendioso, e non solo agli americani. Sbagliando l’analisi sulle ragioni della crescita dei prezzi, provocherà un aumento dei tassi di interesse più rapido e deciso del necessario, con il rischio di un effetto domino sulle altre banche centrali, dalla Bce a quelle dei Paesi emergenti. Non sarebbe la prima volta.

Facciamo un salto indietro, tornando alla scorsa estate. Il presidente della Fed Jerome Powell così analizzava lo stato dell’economia americana: la recessione è stata la più breve mai registrata, anche se profonda, e la ripresa dell’occupazione è stata anche essa veloce e robusta, con un tasso di disoccupazione al 5,4%, mentre il tasso di inflazione è al 4,3 per cento. Ma è alla dinamica dell’occupazione che occorre dare la priorità, mentre i prezzi non destano inquietudine. Perché? L’aumento dell’inflazione appare correlato a un aumento dei costi delle imprese, per di più di natura temporale. È la cosidetta inflazione da offerta aggregata. Questa analisi portava Powell a concludere che la politica monetaria doveva continuare a essere espansiva, per stimolare una ulteriore riduzione della disoccupazione, tollerando «per qualche tempo» un aumento dei prezzi maggiore rispetto al 2 per cento.

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