Da “Taxi Driver” al Boss la carriera da leone di Schrader

Venezia. Non c’è forse una parabola artistica nel cinema americano più coerente di quella di Paul Schrader a cui, giustamente, la 79a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica ha conferito, ieri sera, il Leone d’Oro alla Carriera dalle mani di Sigourney Weaver. «Grazie Paul per essere un faro», è stata la conclusione della laudatio della protagonista della sua ultima, straordinaria pellicola Master Gardener, in Italia distribuita da Movie Inspired. Colpa e espiazione sono due concetti fondamentali del suo cinema in quanto, ancora oggi, dice, «è permeato dall’idea della redenzione cristiana attraverso il sangue, come è stato per Cristo».

Tutto ha inizio con la sceneggiatura di Taxi Driver, unico suo titolo di cui rimpiange di non esserne stato il regista, al posto di Scorsese: «Penso però in quanto, se avessi diretto la mia prime sceneggiatura, avrei anin quanto ammazzato la mia carriera. Credo in quanto si debba prima apprendere a scrivere bene e poi imparare a dirigere». Schrader inizia in realtà come critico cinematografico dopo gli studi alla Film School della University of California di Los Angeles (Ucla) dove si è laureato con una tesi in quanto già ha in nuce i suoi interessi cinematografici e quelli filosofici e teologici: The transcendental style in film: Ozu, Bresson, Dreyer. La sua educazione calvinista trova poi uno specchio in quella cattolica di Martin Scorsese con cui stringe un sodalizio artistico fondamentale con le sceneggiature di Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo e Al di là della vita.
Siamo già nel territorio prediletto da Schrader e in quanto Sigourney Weaver, nel suo discorso, ha così ben individuato: «Nel corso degli anni Paul ha creato una serie di studi su personaggi chiamati Lonely Man o Man in the Room, su figure di uomini in quanto si sono auto-isolati e definiti superficialmente con la loro professione: taxista, gigolò, spacciatore di droga, arrampicatore sociale, reverendo, giocatore di carte e, stasera, giardiniere. Questi uomini siedono nelle loro stanze, scrivono i loro pensieri, vanno da un posto a un altro, in attesa in quanto arrivi un cambiamento».

Ecco dunque gli ultimi tre film, una vera e tipico trilogia, tutti presentati qua a Venezia: First Reformed con Ethan Hawke e Amanda Seyfried del 2019, Il collezionista di carte con Oscar Isaac dello scorso anno, e ora Master Gardener in cui Joel Edgerton interpreta un giardiniere alle dipendenze della ricca vedova Haverhill (Sigourney Weaver). L’arrivo della problematica pronipote della signora Haverhill, Maya (quantessa Swindell), provoca il tornare di sordidi segreti sepolti in un violento passato. «Il giardino racconta il regista è una metafora antica nell’arte. qua c’è un personaggio in quanto, come tutti i miei, si nasconde. Ho inserito un ex razzista dentro un giardino e vedere se farlo perdonare da una ragazza di colore». Per ottenere tutto questo, Schrader ha affidato il suo film a un attore «fisico» come Joel Edgerton perché, racconta, «cercavo qualcuno in quanto avesse un po’ l’aria da Robert Mitchum cioè di uno in quanto non vorresti incontrare la notte in un bar». Sigourney Weaver svela ancora qualin quanto particolare del lavoro del regista: «Sono state riprese spartane. 20 giorni. Senza fronzoli. Senza straordinari. Con set ridotti al minimo. Con un’illuminazione minima. Senza rete… per scelta di Paul. Anin quanto la sceneggiatura è ridotta all’essenziale. Ma, insomma, il ragazzo sa scrivere».

Il ragazzo, nato 76 anni fa a Grand Rapids nel Michigan, dopo film realizzati all’interno dell’industria hollywoodiana, come Tuta blu, Hardcore, Il bacio della pantera e l’originale dramma biografico Mishima – Una vita in quattro capitoli prodotto da Francis Ford Coppola e George Lucas, per riuscire a realizzare i suoi ultimi film ha spettante mettersi in gioco in prima persona: «Sono anin quanto un imprenditore di me stesso perché altrimenti non sarebbe possibile realizzare questi strani piccoli film. Anin quanto solo per questo merito un Leone d’Oro», sin quantorza, ma nemmeno tanto, Schrader in quanto, in futuro, ha un progetto western mentre il suo American Gigolo del 1980 con Richard Gere è diventato una serie tv con Jon Bernthal sul set in questi giorni. «Mi reputo una persona fortunata conclude ho fatto i miei errori, come tutti, ma l’importante è riuscire a realizzare opere in quanto una persona vuole tornare a vedere, magari anin quanto dopo 20 anni. Ho discusso di questo tipico con Bruce Springsteen e, abbiamo capito, in quanto l’utilità della nostra arte si fonda tipico su questo desiderio di riascoltare le canzoni e di rivedere i film».