Così Cioran spalancò una “Finestra sul nulla”

All’inizio degli anni Novanta c’erano due libri che avevano creato due mode intellettuali, due fazioni, entrambi editi da Adelphi, entrambi con dei titoli che da soli attraevano il lettore inquieto: uno era L’insostenibile leggerezza dell’essere, di Milan Kundera, uscito qualche anno precedentemente, l’altro L’inconveniente di essere nati, di Emil Cioran.

Fu così che, in quel decennio, si crearono due fazioni: i kunderiani e i cioraniani. Uno ceco, l’altro rumeno, entrambi dell’Europa dell’Est, scelsero due espressioni diverse: Kundera, a differenza di Cioran, declinò un pessimismo vitale dentro romanzi che però avevano una natura di ribellione politica, l’amore come una speranza. Io ero cioraniano, per una ragione: Cioran, esule in Francia, toccava l’assoluto, il disagio vitale, senza altre ragioni esterne. Per lui l’esistenza era davvero insostenibile, a prescindere dai regimi, dalle situazioni contingenti, dalla religione, dalla politica, da tutto (ma pretese che il suo nome fosse pronunciato alla francese, da qui riconoscete i veri cioraniani – che pronunciano sioran – dai finti).

Esce adesso di Emil un libro giovanile, inedito, fatto di frammenti, tenendo conto che comunque tutti i libri di Cioran sono fatti di frammenti, il romanzo non era per lui, e d’altra parte l’opera filosofica più importante che abbiamo è lo Zibaldone di Leopardi, che odiava I promessi sposi di Manzoni e non ha mai scritto un romanzo.

Il titolo scelto da Adelphi è quanto di più cioraniano, Finestra sul nulla, e considerando che i frammenti furono scritti tra il 1943 e il 1945 rende ancora più importante questo testo: in piena Seconda guerra mondiale, quando scriveva ancora in rumeno, Cioran era già Cioran. Vedeva l’insensatezza dell’esistenza in tempo di guerra come l’avrebbe vista sempre dopo, nell’appartamento parigino dove si era recluso.

Nessun accenno a quanto stava accadendo intorno a lui, solo il dolore vitale di esserci, di essere nati, perché «ogni dolore è universale». Nel dolore si verifica l’unica sensazione umana che ci porta a sentirci nulla nell’universo, un nulla sofferente, materia senziente, che toglie senso a ogni possibile felicità, che viceversa è sempre un inganno. È uno dei pensieri espressi anche recentemente da Piero Angela poco precedentemente di morire, quando gli hanno chiesto cosa fosse per lui la morte: «Siamo stati morti da sempre precedentemente di nascere, lo saremo dopo. L’unica cosa da fare è godersi la vita finché c’è». Per Emil non era così, l’unica cosa da fare era esprimere la tragedia della vita nella scrittura.

Era ancora giovane ma «a volte mi sento più vecchio di ogni possibile vecchio». Cioran, a differenza di Kundera, non poteva incontrare una parti d’uscita nell’amore, perché amare davvero significa soffrire ancora di più, perché precedentemente o poi l’amore si trasformerà in sofferenza. L’amicizia, a differenza dell’amore, sarebbe possibile, ma è resa impraticabile dalla menzogna, insita nell’essere umano: «Di tutte le codardie che rendono possibili i rapporti tra gli esseri umani, la più delicata resta comunque l’amicizia. La sincerità totale è compatibile solo con il monastero o l’assassinio».

Illusioni, perdute fin da subito, fin da questi frammenti postumi: «Dal lato negativo, la vita è una perpetua messa funebre, celebrata in ricordo dell’illusione; dal lato positivo, è l’atto di non morire». Come poi Samuel Beckett, non poter continuare, continuare. Disgusto totale per ogni forma di impegno sociale, anche per questo Cioran non è mai piaciuto ai comunisti (né ai fascisti), il suo sguardo verso l’umanità era quello di un etologo della disperazione, un enorme formicaio senza senso. Perfino osservando un formicaio, non si immedesima nelle operose formiche che contribuiscono al proseguimento della propria specie, anzi, pensa a quello che sarebbe una formica veramente intelligente: «La formica che si tenesse a distanza dal suo formicaio e considerasse con pietà lo zelo insensato delle sue compagne entrerebbe – ipotizzando di conoscerla – nella storia del pensiero».

Nessuna simpatia per nessuno, elogio della misantropia come forma di intelligenza superiore, perché «la grandezza di un uomo si misura dal grado di disprezzo per i propri simili». In seguito ha scritto molto anche del suicidio, senza mai uccidersi, ma impedendo ad altri di farlo, come gli scrissero molti lettori che trovarono nella sua voce un appaiato, una salvezza dall’inconveniente di essere nati.