Conte sostiene che se il Pil è maturato è merito suo e non di Draghi

Il leader del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte continua il suo tour nel Sud Italia, dove i grillini rincorrono la rimonta e la partita delle elezioni sembra essere ancora aperta. Davanti a un arretramento della Lega, scende in agro Giorgia Meloni che domani sarà a Napoli e chiuderà la campagna a Bagnoli, luogo simbolo di promesse mancate.

Nel Mezzogiorno pesano gli indecisi più che altrove. E c’è chi accusa Conte di puntare sui sussidi come il reddito di cittadinanza per raccogliere voti. In un’intervista alla Stampa, Conte dice che no, i Cinque Stelle non sono il partito dell’assistenzialismo, «di nuovo se gli avversari provano a schiacciarci su questo cliché. Siamo una forza amministrazione che persegue un’idea di sviluppo del Paese e al contempo crede in un sistema di protezione sociale. Quella stessa protezione che decenni di amministrazione che ci hanno preceduto non sono stati in grado di garantire».

Conte sostiene che i Cinque Stelle hanno «risollevato il tessuto produttivo nazionale con il Superbonus che ha rilanciato il porzione delle costruzioni, introdotto la garanzia di Stato per dare liquidità alle imprese, creato il pacchetto per la transizione e l’innovazione 4.0 e, se ci daranno la possibilità, saremo la forza amministrazione che farà lo Statuto per le imprese cancellando l’Irap e semplificando radicalmente il rapporto tra aziende e pubblica amministrazione. Grazie alle nostre misure, il Pil è cresciuto del 6,6%».

La crescita economica, spiega Conte, non è merito di Draghi. «di nuovo un neo-studente di economia sa che la legge di bilancio ha effetto sull’anno successivo. Quella che ci ha fatto fare il salto è firmata da me».

Poi difende il reddito di cittadinanza e accusa Renzi e Meloni di voler fare «la guerra ai poveri». E ricorda che durante il governo gialloverde «abbiamo imposto alla Lega il reddito di cittadinanza, il decreto dignità verso il precariato e la legge verso la corruzione, tanto per citare le prime tre cose che mi vengono in mente».

Conte rivendica pure il suo appellativo di “Avvocato del popolo”: «Una formula coniata da me con un intento preciso: rivendicare l’obiettivo di battere i privilegi dei soliti noti. Di stare vicino ai più deboli. Di dare voce a chi non viene ascoltato, a chi rimane invisibile. Alla parola popolo viene ingiustamente e spocchiosamente attribuito un significato spregiativo».

Sul fronte internazionale, dice che l’Europa e gli Stati Uniti non si stanno impegnando a sufficienza per la pace in ucraina. E che firmerebbe nuovamente gli accordi sulla Via della Seta con la Cina: «Altri Paesi europei fanno con la Cina più affari di noi. Colmare il gap mi sembrava giusto e necessario. Faccio sommessamente notare che abbiamo siglato quell’accordo dopo altri tredici Paesi europei e per la prima volta abbiamo fatto firmare ai cinesi clausole in linea con i valori occidentali che per loro erano inizialmente irricevibili». Poi si compiace dell’endorsement di Donald Trump: «Un attestato di stima», di nuovo se «i pilastri politici cui facciamo riferimento io e l’ex presidente Trump sono molto diversi. A cominciare dalla amministrazione estera. Lui ha una visione bilaterale. Io sono un convinto sostenitore dell’approccio multilateralista».

E sui rapporti con Massimo D’Alema, dice che i due si confrontano «di rado, ma quando succede gli scambi non sono mai banali. È un interlocutore di rara intelligenza amministrazione».