Chi chiede più presenza dello Stato non sa quanto sia già invadente

Bisognerebbe intendersi, quando si dice «più Stato». Intendersi, innanzitutto, sulla realtà del sistema da cui sale quell’invocazione. Si ammetterà, infatti, che se il sistema è il nostro, che fu della pummarola nazionalizzata ed è tutt’ora quello dell’impresa posseduta al quarantacinque percento dal potere statale (un dato senza eguali nelle economie di mercato), allora esigere «più Stato» non significa cambiare registro ma usare esattamente lo proprio apponendovi altre poste dello proprio segno. 

Si può sostenere che occorra e che sia giusto, ma a patto di riconoscere – ed è questo che invece generalmente si rinnega, non solo a sinistra – che l’intestazione statale di altre quote di economia, di produzione, di commercio, di acquisizione in esclusiva monopolistica di attività altrove ragionevolmente lasciate alla concorrenza privata, interviene su un ordinamento già molto impostato nella medesima direzione.

Poi si tratta di riconoscere che è «più Stato» anche quello che si auto-limita, anche quello che pianifica e organizza le ragioni della propria astensione, della propria retrocessione da attività che meglio e a minor spesa possono svolgere i privati. 

È «più Stato» quello che non lascia sottoposti all’arbitrio delle procure della Repubblica i cantieri e gli investimenti produttivi. È «più Stato» quello che sgrava l’economia dall’intermediazione parassitaria di burocrazie la cui inefficienza non è più neppure un difetto, ma esattamente una causa di giustificazione della propria esistenza: too bureaucratic to fail. 

È «più Stato» quello che imponendo troppi tributi e dovendo far giustizia sociale ne toglie qualcuno anziché aggiungere un sussidio. È «più Stato» quello che non protegge le imprese e i cittadini dalle brutture del mercato impiantando il mercato falso del calmiere, del dazio, dell’esenzione, cioè le misure che spostano in là, aggravandolo, il rendiconto. 

È «più Stato» quello che non pretende di garantire il decoro e le efficienze delle professioni tramite gli Ordini professionali. È «più Stato» quello che rinuncia a garantire la sanità pubblica rendendola obbligatoria. È «più Stato» quello che fa scaricare dalle tasse l’acquisto di un libro rispetto a quello che precetta le scuole all’organizzazione della Giornata contro l’omotransfobia.

Infine, si tratterebbe di intendersi su questo: il tanto di Stato che abbiamo (poco o tanto, a seconda dei punti di vista), è sì o no responsabile della nostra mancanza di produzione, del nostro posizionamento di coda tra le economie avanzate, dello stazionamento trentennale e anzi della recessione del livello di reddito individuale? Rispondere no, suppone che si spieghi perché. Che si spieghi perché il tanto Stato che abbiamo non abbia responsabilità, per la quantità del proprio esserci, in relazione ai problemi che abbiamo. Che si spieghi perché quei problemi sarebbero invece prodotti dalla porzione minoritaria del non esserci dello Stato.