The Quarry è il punto di ripartenza che aspettavo per Supermassive Games

Videogiochi, film e serie tv horror sono la mia passione, credo di averlo già scritto fino alla nausea. Non so da dove sia nata di preciso questa fascinazione, forse le continue letture di Dylan Dog da quando avevo cinque anni hanno avuto il loro peso nella predilezione, inizialmente, di un horror più orientato verso lo splatter. Non che al nostro Old Boy mancassero storie più psicologiche ma non erano sottigliezze che a quell’età potevo cogliere: era l’occhio, il primo a lasciarsi catturare, ed era normale che discendenza, arti mozzati e altre forme di orrore mi rimanessero impresse – senza scioccarmi, tutt’altro.

A distanza di parecchi anni, ho ancora in mente la storia della Dama in Nero, che ritengo la mia preferita su quattrocentoventotto volumi solo tenendo conto della serie principale; un approccio diretto e brutale, insomma, prima che arrivasse anche l’horror psicologico a espandere i miei orizzonti. Crescendo ho iniziato a disporre da parte i galloni di discendenza in favore di esperienze pensate per scavare un po’ più a fondo, lasciando una sensazione di inquietudine postuma che lo splatter non mi dava. Certe volte, però, ritorno volentieri sui miei passi per una serata all’insegna dei b-movie, sebbene sia un po’ difficile trovare qualcosa che non mi faccia ridere. Questo stesso concetto si applica anche ai videogiochi: adoro gli horror sporchi e sanguinolenti ma prediligo esperienze più “intime”, se così vogliamo dirle – dove vengono messe alla prova la paura e la tensione in un’atmosfera densa, inquietante, soffocante.

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