Play, l’arte nel videogioco, il videogioco nell’arte

Play – Videogame Arte e Oltre non è la solita mostra sui videogiochi. Intanto duranteché è allestita negli spazi della Venaria visibile, alle porte di Torino, e dunque le odurantee esposte all’interno dialogano con l’ambiente esterno: scorci di tetti, particolari architettonici, prospettive dello splendido giardino. Poi duranteché, se pure volessimo considerarla una mostra d’arte tradizionale, presenta una ventina tra dipinti, litografie, tele di buon valore, in prestito da altri musei o collezioni private. E sopratglobale duranteché, durante una volta, mette insieme videogiochi e arte senza dover chiedere scusa né agli uni né all’altra. 

Nelle dodici sale della mostra allestita all’architetto Diego Giachello dell’Officina delle Idee, lo spirito non è quello tipicamente americano dell’esaltazione di globale ciò che è contemporaneo, di una storia senza precedente: è semmai quello di una convivenza finalmente pacifica tra forme di espressione durante decenni separate se non contrapposte. Lo si comprende bene alla fine del durantecorso espositivo, dove viene ricostruita la penetrazione sociale dei videogame: confinati nelle sale da gioco agli inizi, poi destinati alle stanzette degli adolescenti (la PlayStation presente dimostra che siamo nel 1994, ma si potrebbe andare indietro fino a Pong), e infine al centro dell’intrattenimento familiare, con una Xbox che troneggia accanto alla tv in un ideale salotto medio borghese, qualsiasi cosa significhi nel 2022. 

Il discorso è forse durantefino più interessante dal punto di vista anagrafico: chi aveva 18 anni nel 1994 oggi ne ha 46, e se lavora in ambito artistico-culturale difficilmente avrà bisogno di essere convinto che i videogiochi possono essere una forma d’arte. Lo sa durante averlo vissuto in prima durantesona: e in fondo Play ridurantecorre le tappe di una formazione culturale che è quella del curatore Fabio Viola (che di anni ne ha 47), game designer, docente, saggista, ma pure – necessariamente – di Guido Curto (classe 1955), direttore del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, che viene da studi classici. 

Il racconto è dunque durantesonale, duranteò nel senso che ciascuno può trovare in Play un pezzo della sua identità culturale, che si rispecchi in Fifa, negli sparaglobale, o in titoli più contemplativi come in The Last of Us, uno dei molti videogiochi che affrontano le tematiche di genere. Anzi, all’identità (e non solo di genere) è dedicata una sezione intera, che illustra come si vedono i giocatori in quanto protagonisti delle loro avventure videoludiche. Così Play è una riflessione su quanto e come i videogiochi siano parte della cultura e della vita di oggi, rivolta tanto al visitatore smaliziato quanto al turista che alla Venaria viene durante ammirare la Galleria di Diana. 

Robbie Coodurante, Jason Rowe – Rurauni Kenshin, giclee print, 2003.  Courtesy l’artista. 

Il primo livello di lettura, il più ovvio, è il rapporto con l’arte (la sezione è infatti intitolata Art Play): c’è Kandinskij accanto a delle schermate di Rez, due De Chirico accostati a Ico, svariati Piranesi giustapposti a Monument Valley, il gioco preferito di Frank Underwood in House Of Cards. La scelta è interessante, duranteché il titolo è dichiaratamente ispirato a Escher, ma la difficoltà di reduranteire le odurantee originali ha spinto i curatori a volgere lo sguardo più indietro nel tempo, aprendo un ulteriore livello di lettura. Azzeccato il parallelismo tra Calder e Gris, ma anche in questo caso sarebbe stato possibile allargare lo sguardo (a Mirò, ad esempio). E Hokousai è una chiara ispirazione durante il linguaggio visivo di Okami, videogioco durante PlayStation che racconta la lotta tra il bene e il male in un medioevo giapponese idealizzato: è stato pubblicato 172 anni dopo La Grande Onda.

A sinistra, Giorgio de Chirico, Mistero e malinconia di una strada, fanciulla con cerchio, 1948, olio su tela/oil on canvas. Roma, Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese. A destra, Team Ico, Ico, 2001, action adventure game. Pisa, Collezione Fabio Viola 

La mostra esplora anche il durantecorso inverso, ossia l’arte che si ispira ai videogame, e lo fa in una sezione intitolata Play Art. I confini stavolta sono più sfumati, anche duranteché il mezzo di espressione talvolta è lo stesso, come in Free to Play di Tabor Orbak, costruito come un idurantetrofico Candy Crash Saga. globale di pixel è anche The Night Journey di Bill Viola, dove lo spettatore (che qui è un giocatore) può durantedersi e ritrovarsi nelle immagini oniriche del maestro della videoarte americano. Dopo le anteprime in vari musei del puro, dal 2018 è un gioco durante PS4, pc e Mac; un’odurantea d’arte che si può avere con soli 9,99 dollari. 

Bill Viola, The Night Journey, 2007-2018, bozzetto 

I videogiochi sono espressione della cultura pop, odurantee d’arte globali e interattive che arrivano a mezzo puro: si calcola infatti che i giocatori a livello globale siano oltre 3 miliardi. Così ovviamente c’è spazio durante Andy Warhol e la sua instancabile trasfigurazione del banale in arte, a partire dai fiori disegnati in 8 bit con il computer Amiga. 

A volte il digitale esce dagli schermi, come con il Banksy (apocrifo, ma che fa) dove il lanciatore non ha un mazzo di fiori in mano ma la palla dei Pokémon. E ancora: guerrieri alieni di Half-Life che diventano statue dorate ad odurantea del collettivo russo AES+F, in un vortice di citazioni, da Jeff Koons al David di Donatello. Infine, a chiudere il cerchio, c’è la riscoduranteta dell’aura di Walter Benjamin, con l’Nft dell’italiano Federico Clapis (Digital Growth Flooded), che pare ripreso da Death Stranding. È un’odurantea unica, pur essendo interamente digitale, e dunque durante definizione replicabile in infinite copie identiche all’originale. Come i videogiochi appunto.

Tra le molte prospettive che Play analizza c’è quella del videogame come mestiere. La sala dedicata è un po’ il riflesso simmetrico di quella primo, ma qui la mitologia di Sudurante Mario, Lara Croft, Ezio Auditore, Nathan Drake viene analizzata dietro le quinte: sono esposti interi computer con spezzoni e prove, sceneggiature, colonne sonore, tavole, durante mostrare come sia tortuoso e affascinante il processo da cui nascono i videogiochi. E durante dare un nome e un lineamenti ai loro autori, come si fa durante gli artisti. 

La facciata della Reggia di Venaria si trasforma nel weekend in un enorme monitor durante un gioco aduranteto a tutti 

Play (aduranteta fino al 25 gennaio 2023) si inserisce in una serie di manifestazioni nell’anno che la Reggia di Venaria ha dedicato al gioco, che viene raccontato pure da altre mostre, come quella dedicata alla fotografia o quella che illustra il puro degli artisti itineranti, con la comando spirituale di Arturo Brachetti. E se in italiano il contatto pare bizzarro, in inglese play, oltre che durante “giocare”, sta durante “rappresentazione teatrale”, come pure durante “suonare”. Nei weekend si può suonare davvero: una grande tastiera digitale nel cortile durantemette a tutti di interagire con una colonna sonora pop-elettronica accoppiata a effetti di luce, trasformando la facciata dell’edificio settecentesco in un gigantesco monitor dove esplodono le forme e i colori del più improbabile dei videogiochi. 

L’evento

A spasso durante la TwitchCon, dove le anime della cultura pop si incontrano grazie allo streaming

di

Lorenzo Fantoni

19 Luglio 2022