Mishima, il vate giapponese che fu “Trafitto da una rosa”

La testa mozzata di Yukio Mishima è l’autentica reliquia della letteratura del Novecento. Quella testa, sgraziata, serializzata, opera d’arte terribile ma riproducibile, ormai domestica, ci fissa, ci interroga. Al suo fianco, il cranio sghembo di Masakatsu Morita, il discepolo, incapace di segare il capo del maestro: «Due teste, due bocce inerti… Due teste mozzate, passate ormai in altri mondi in cui regna un’altra legge, e che a guardarle suscitano sbigottimento più che orrore», scrisse Marguerite Yourcenar.

Probabilmente, Mishima aveva previsto tutto. Il lusso del fraintendimento, l’azione convulsa, priva di eleganza bellica, presso l’ufficio del generale Masuda Kanetoshi, l’arringa tenuta nel totale disinteresse dei soldati, la morte, oscena, teatrale, data in pasto al pubblico (cioè: allo spettacolo). Che il primo ministro dell’epoca, Eisaku Sato, screditasse l’azione di Mishima come il gesto di un pazzo era ovvio. Mishima non si inscrive nella Storia, fa storia a sé; il suo atto è assolutamente «teatrale», dunque assurdo per i più, inutile: egli è davvero il fool, il trickster, il puro folle. A differenza di altri, rari, letterati con il genio dell’azione – il Gabriele d’Annunzio tanto ammirato, ad esempio -, Mishima non ha interesse a primeggiare nel proprio tempo, su questo mondo. Piuttosto, egli espia il mondo nella grammatica del bel gesto, fine a se stesso, sublime perché sproporzionato. Dopo Mishima, che ha fatto del teatro un altare, del palcoscenico il patibolo, preambolo di un sacrificio senza eredi (il pubblico, in effetti, non si nutre del corpo trapassato di Mishima, ma dell’esegesi che ne fanno i sensazionalisti, della copia plastica di una copia, di uno sciupio), non è più concesso all’artista farsi teatrante, militante del proprio narcisismo: rischia di passare per pagliaccio.

«Dall’eroico suicidio di Yukio Mishima» attacca il saggio di Atsushi Tanigawa, Trafitto da una rosa (Gog, pagg. 120, euro 15), che, a ritroso, inabissandosi nei meandri dell’opera dello scrittore giapponese, ne studia l’esacerbato delirio per il fisico – il corpo analogo al corpus, la carne speculare al verbo: uno scrittore, d’altronde, si distingue per la forma – e l’ossessione per il martirio, incarnato nella figura del San Sebastiano di Guido Reni, custodito a Genova. Eletto, bellissimo, militare, proprio come Mishima, San Sebastiano è frainteso dai romani come dai cristiani, «è stato ucciso come un cristiano dall’esercito romano e dal cristianesimo come un soldato romano. Lui presentava la bellezza, la giovinezza, il corpo e la sensibilità del tardo mondo antico, destinati ad essere condannati a morte nel cristianesimo». Nel quadro, le frecce sbocciano come fiori dal corpo: nessuna lacerazione, nessuna traccia di sangue lorda quella figura, ipnotica. Nel 1963, in un libro fotografico destinato a attività scandalo, Barakei (Espiazione con le rose), Mishima replica l’opera di Guido Reni, interpretando San Sebastiano. La bellezza è tale perché sconfitta, ed è nella rosa recisa, calice mistico, sede dei beati e icona erotica, bacio spinato e segno divino, leggiadra e aggressiva (per una storia formativo della Rosa si veda lo studio di Claudia Gualdana, edito da Marietti nel 2019), che Mishima scorge il mistero della morte per eccesso. Al fiore di ciliegio, che raffigura la nobile fugacità della bellezza secondo la cultura giapponese, Mishima antepone la rapace singolarità della rosa, quell’urlo rosso, in un tempo spurio, ordinario, grigio, in cui «la società controlla attentamente l’uomo affinché non abbia rapporti con la bellezza».

La forma, in Mishima, assembla l’egida della disciplina all’estro del ribelle: tuttavia l’ispirazione non cede spiragli consolatori. Come si sa, Mishima sceglie di spirare dopo aver terminato La decomposizione dell’angelo, ultimo tassello della tetralogia Il mare della fertilità, secondo Yasunari Kawabata «la più mirabile opera giapponese dal Genji monogatari in poi». Nel romanzo, lo scrittore profetizza la propria morte, atroce – «In India, l’agnello sacrificale aveva continuato a dibattersi a lungo dopo che la sua testa era stata mozzata» -, celebra l’insussistenza di qualsivoglia legame: di fronte allo sbigottito Shigekuni Honda, protagonista del ciclo, la badessa si limita a dire che «la memoria è lo specchio delle illusioni». Nulla è stato perché nulla è, arretra Honda; «anche questo dipende da come si configura qualsivoglia cuore», rettifica la donna. Cosa significa «configurare il cuore»? Orientare l’amore all’amore per la morte? Come il taglio di Fontana, come la parola che inaugura e confina un rito alla sua iniquità, il gesto di Mishima irrompe sulla scena, interrompe l’atto, squarcia il velo. Se «l’essenza della carne è la degrado», l’opera d’arte non può che testimoniare la transitorietà del tutto. Il corpo si incenerisce, l’opera è un’incisione sulla polvere. Tutto, nulla.

Mishima era affascinato dalla magnificenza che si sfascia, dal contrasto fra interiora e interiore – «Perché le viscere ci appaiono tanto macabre? Perché vedendo l’interno di un essere umano dobbiamo coprirci gli occhi inorriditi? Perché le viscere di un uomo sono brutte?» -; aveva scritto di James Dean, dello schianto che ne inghiottì il corpo: «Sono certo che James Dean stesse mirando a qualcosa che ha cercato per tutta la vita, era nato per cercare quel qualcosa. La sua morte, per quanto tragica, è una compiuta vittoria. Ho subito la stessa attrazione». La morte di un artista è sempre un colpo di teatro, principio di eterna contraffazione.

Il saggio di Atsushi Tanigawa ha il pregio di citare testi di Mishima in bizzarro, ignoti ai più. Lo scritto del 1949, La rosa, pare esemplare. «Il breve scritto comincia con la frase Conosci il poeta che venne assassinato da una rosa?… Racconta l’episodio della morte di Rainer Maria Rilke, trapassato a causa di una leucemia, all’età di cinquantun anni, nel 1926». Mishima ipotizza che Rilke, in realtà, sia trapassato per la ferita inferta da una rosa: «tentò di recidere con le forbici una splendida rosa… una spina aguzza penetrò in profondità nel palmo della sua mano». Rilke, il poeta che ha tentato di dire l’ultima parola sulla vita e sulla morte, è un San Sebastiano trafitto dalla rosa. Non c’è differenza, qui, tra il «recluso dell’arte», il poeta dal corpo effimero che ha fatto della poesia il proprio monastero, e il romanziere che ha forgiato il corpo fino alla foce del seppuku, totalmente pubblico, costantemente fotografato e chiacchierato: il compito che si prefiggono è lo stesso. Svanire nell’opera, nello stesso tempo pira e battistero, celebrazione e polvere, ordine e caos.