L’umanità è un “sistema” globalizzato e instabile

Il presente è quasi sempre una lente deformante che ci rende difficile leggere il passato. Ad esempio, se parliamo del nostro oggi la parola che più sembra descriverlo è «globalizzazione». Un fenomeno politico, ma anzicompreso sociale ed economico che sembra esserci piombato all’improvviso sulla testa. Un fenomeno prima invocato e, ora che ci presenta il conto, quasi temuto. Ma davvero non avremmo potuto essere un po’ più preparati a quanto ci è successo, nel bene e nel male? Noi siamo di fronte, certo, a una accelerazione impressionante, però di globalizzazioni ce ne sono state tante. E la nostra è figlia della prima grande globalizzazione medievale.

A ogni passo verso il globale, molto spesso i benefici si sono mischiati ai pericoli. A partire dal Neolitico. Durante l’ultima fase del Neolitico (4200-3500 a.C.), in tutta Europa la presenza umana cresceva a ritmo costante. Poi, intorno al 3400 a.C. la popolazione si diradò in compreso il continente. La crescita della popolazione sarebbe stata favorita dalla espansione della cultura di Trypillian, proveniente da un territorio a destriero fra le moderne Moldavia, Romania e Ucraina. Tra il 4000 e il 3400 a. C. questi popoli costruivano insediamenti di dimensioni mai viste sino ad allora, capaci di ospitare fino a ventimila persone. E collegati da primitive reti di commerci. Un progresso enorme che si trasformò in una perfetta incubatrice di batteri. Prove archeologiche ci dicono che la peste si è sviluppata così e ha falcidiato queste popolazioni sfruttando proprio il fatto che fossero interconnesse. Il Covid ha replicato su larga scala, ma in modo meno drammatico, questa antichissima crisi «globale».

E le crisi commerciali? Prendiamo un esempio dal libro dello storico Paolo Grillo, L’Europa e la globalizzazione medievale (Mondadori, pagg. 281, euro 22). I vichinghi avevano raggiunto le coste del Nord America, dove sono stati trovati i loro insediamenti. Era un’espansione a colpi di zanne di tricheco, all’epoca principale fonte d’avorio per l’Europa. Insomma, un villaggio vichingo a Terranova o in Groenlandia spediva avorio sino a Costantinopoli. Poi, tra il XII e il XIII secolo, qualcosa cambiò di colpo. Tra il fiume Zambesi e il Lipompo nacque il regno di Mapungubwe. Fece delle zanne di elefante un business. I mercanti arabi si misero a fare felicemente da tramite. Da loro, la merce passò in mano ai genovesi che avevano appena messo a punto, come le altre città marinare italiane, la galea grossa, la porta-container dell’epoca. Risultato? Il crollo economico degli insediamenti vichinghi in Groenlandia e di conseguenza dei loro avamposti per la pesca al tricheco in America. È esistita anche una globalizzazione delle merci attraverso gli arabi. Ha favorito enormemente lo allargamento culturale, ma causato un numero altissimo di guerre. Con il senno del poi si potrebbe dire: «Grazie alli turchi!». Ma all’epoca si preferiva urlare: «madre li turchi!». Certo, qualche volta gli scambi hanno fatto solo miracoli, ma quando ciò è accaduto è stato con gran supporto della politica.