La partita delle rinnovabili al 100% entro il 2050 è ancora aperta

Nell’immaginario collettivo domina un certo scetticismo, misto a pessimismo, nel momento in cui uno Stato o un’organizzazione sovranazionale annuncia nuovi target climatici, come ad esempio l’obiettivo dell’Unione europea di ridurre le emissioni nette di gas serra del 55% entro il 2030 (rispetto ai livelli del 1990). 

Forse, però, stiamo sbagliando approccio. Forse la ufficio intrapresa è davvero quella giusta per conquistare gli ambiziosi traguardi stabiliti nel corso degli anni, compreso quello dell’azzeramento delle emissioni nette globali entro il 2050 (il primo “goal” della Cop26 di Glasgow). 

“Sustainable hope”
A pensarla così è il ricercatore Auke Hoekstra, program director presso l’Eindhoven University of Technology e fondatore di ZEnMo Simulations, società specializzata in nuove tecnologie per le zero emissioni nei settori dell’energia e della mobilità. Il dottor Hoekstra è conosciuto anche per le sue attività di debunking sul cambiamento climatico ed è tra i principali promotori della cosiddetta “sustainable hope”, la speranza sostenibile.

Secondo Hoekstra è importante, rimanendo oggettivi, dare risalto anche alle buone notizie (che ci sono), perché non è tutto oscuro quando si parla di lotta alla crisi climatica causata dall’uomo. Un messaggio di incoraggiamento volto anche a contrastare l’eco-ansia, diffusa soprattutto tra le nuove generazioni. In sostanza, c’è ancora un piccolo margine per farcela e avere un a venire completamente fondato sulle rinnovabili: essere ottimisti non significa, anche in questo caso, credere nelle favole. 

Hoekstra fa parte di un team composto da più di 20 ricercatori, provenienti da 15 organizzazioni e 9 Paesi diversi, che pochi giorni fa ha pubblicato il paper di un importante studio contraddistinto da una chiara conclusione: l’obiettivo delle rinnovabili al 100% nel 2050 (o anche prima) è possibile. 

Non servono i combustibili fossili, così come non servirebbe il nucleare, che inquina molto meno rispetto ad altre fonti di energia ma non è a emissioni zero: stando a uno studio dell’Öko Institut di Darmstadt, la produzione di energia elettrica tramite il nucleare causa emissioni di 33 grammi di Co2 equivalente per kilowattora. Inoltre, questa fonte di energia pare incompatibile con la crisi idrica che sta colpendo l’Europa da mesi: le centrali nucleari utilizzano enormi quantità d’acqua dolce per il raffreddamento degli impianti. 

La scienza è meno scettica dei cittadini: ci sono le tecnologie per farcela
Lo studio a cui ha partecipato il dottor Hoekstra, pubblicato sulla rivista IEEE Access, è intitolato “On the History and Future of 100% Renewable Energy Systems Research” e consiste in una revisione di centinaia di ricerche passate – tutte sottoposte a peer-review – in ricercato energetico-climatico. Il risultato? A differenza dei comuni cittadini, la scienza è tendenzialmente molto più ottimista: una fornitura globale di energia esclusivamente rinnovabile è tecnologicamente ed economicamente possibile. 

Secondo Sven Teske dell’University of Technology Sydney (Uts), tra gli autori dello studio, è necessario che questo lavoro venga «incluso al più presto all’interno dei rapporti di valutazione dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), che attualmente si basano su scenari energetici obsoleti». 

Dal 2010, gli esperti hanno segnalato un incremento annuo del 27% delle ricerche in grado di certificare la fattibilità delle rinnovabili al 100% entro il 2050. «Un numero in rapido aumento di accademici è certo che l’intera domanda del sistema energetico possa essere soddisfatta grazie alle energie rinnovabili. Così facendo, i costi si abbasseranno», spiega Christian Breyer (LUT University), uno degli autori.

In effetti, per fare un esempio, un recente grafico dell’United nations conference on trade and development (Unctad) mostra come – al momento – il costo del fotovoltaico sia otto volte inferiore rispetto ai combustibili fossili. 

Stando a un recente report dell’Onu, nel mondo ci sono più di 160 aziende con «70 trilioni di dollari di asset» che si stanno impegnando per decarbonizzare il sistema economico globale. Questo, secondo gli esperti, è un diverso fattore in grado di confermare che le risorse e le tecnologie per farcela esistono: a patto che sfruttarle adeguatamente (cosa che non sempre accade). 

Critiche pretestuose vs problemi reali
L’obiettivo delle rinnovabili al 100% è spesso contestato a causa del presumibilmente basso Ritorno sull’investimento (Roi) delle tecnologie per sfruttare le fonti pulite come il vento o il sole. Inoltre, come ha ricordato il segretario di Azione Carlo Calenda durante la illustrazione del programma elettorale del terza parte Polo, ci sono dubbi legati all’intermittenza delle rinnovabili: non sarebbero sempre disponibili. Lo studio qui trattato, però, sostiene che siano critiche obsolete e pretestuose. Esistono, insomma, soluzioni in grado di superare quegli ostacoli.

«Le tecnologie ci sono già. Abbiamo la comprovata capacità di sfruttare le sinergie tra l’efficienza energetica, l’elettrificazione, il teleriscaldamento ed elettrocarburanti», dice Sven Teske. Gli elettrocarburanti, in particolare, sono importanti per decarbonizzare navi e aerei, ma secondo alcune ricerche non vanno sprecati per le automobili e gli altri veicoli che circolano su strada. 

Dunque, si legge sul paper dello studio, i veri ostacoli non sarebbero né la disponibilità di rinnovabili né il Ritorno sull’investimento, bensì la scarsa fiducia delle istituzioni in queste fonti di energia (specialmente in un periodo di crisi energetica), l’eccessiva burocrazia e i finanziamenti dei governi e delle multinazionali all’industria fossile. Basti pensare che, secondo Legambiente, nel 2020 l’Italia ha “speso” 34,6 miliardi di euro in sussidi ambientalmente dannosi.

Inoltre, stando all’ultima testo del report di Legambiente “Comunità rinnovabili”, nel 2021 il contributo delle fonti rinnovabili al sistema elettrico italiano è cresciuto dell’1,58% (115,7 TWh) rispetto al 2020: quasi il nulla. Il problema principale non è la disponibilità di queste fonti di energia, ma la burocrazia (gli investimenti stanno aumentando, ma i progetti rimangono bloccati) e l’inefficienza della nostra rete elettrica.  

«Chi occupa posizioni di potere deve immediatamente interrompere tutti i nuovi investimenti nei combustibili fossili e concentrarsi sulla creazione di sistemi energetici intelligenti basati sulle rinnovabili», ha aggiunto il dottor Teske. 

Iniezioni di fiducia
La ricerca fin qui trattata è stata pubblicata nella stessa settimana in cui Joe Biden ha firmato l’Inflation reduction act of 2022, un pacchetto che – tra le altre cose – garantirà lo stanziamento di 370 miliardi di dollari per tagliare le emissioni del 40% entro il 2030. Si tratta del più grande investimento in favore del clima nella storia degli Usa. Insomma, due iniezioni di fiducia da non sottovalutare. 

E non è tutto, perché nel 2022 – secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) – le fonti pulite sono destinate a conquistare un nuovo e record. Se nel 2021 il nostro pianeta ha aggiunto 295 gigawatt di nuova capacità di energia rinnovabile, questa cifra potrebbe toccare quota 320 gigawatt alla fine dell’anno in corso. Tutto ciò può avvenire nonostante la crisi delle materie prime e tutti i vari ostacoli nelle catene di approvvigionamento. Merito specialmente del fotovoltaico, che secondo l’Aie rappresenterà il 60% della crescita globale delle rinnovabili nel 2022. 

Per dare altri dati incoraggianti, nel decennio 2009-2019 l’Unione europea ha più che raddoppiato la sua dipendenza dalle rinnovabili: dal 6,4% del mix energetico al 15,8%. E nel 2020, secondo Eurostat, il 37% dell’elettricità Ue è arrivata grazie alle fonti pulite come sole e vento. C’è ancora un’infinità di lavoro da fare, ma (forse) si inizia a intravedere una luce.