Come rendere Twitter un social migliore: la “mission impossible” di Alberto Parrella

È italiano il manager che ha tirato una feature su Twitter che riduce le probabilità che un utente scriva qualcosa di aggressivo, violento o spiacevole. Come? Invitandolo a prendersi una pausa e a rivedere il contenuto prima di pubblicarlo. Una sorta di “conta fino a 10” in versione tech.

Lui è Alberto Parrella, è senior product manager a Twitter, il social network che piace (o forse no) a Elon Musk. Il suo lavoro è uno di quelli che in Silicon Valley è considerato moltissimo. Da quattro anni, Alberto vive e lavora in California, dove coordina team e risorse per capire il rapporto tra consumatori e tecnologia. Realizza feature con un obiettivo: migliorare la conversazione globale e la qualità dei contenuti su Twitter. Ha fatto esperimenti, studiato teorie di economia comportamentale e scritto con Anita Patwardhan Butler il blog Tweeting with Consideration, dove racconta il fenomeno del “regrettable contribution” (contributi spiacevoli che vengono cancellati) e di come risolverlo.

Alberto Parrella sarà tra gli speaker della Italian Tech Week 2022, il 29 e 30 settembre a Torino 

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“Se un utente elimina un contenuto vuol dire che ha avuto un’esperienza negativa e noi come Twitter abbiamo fallito. Ci siamo chiesti: perché succede? Ci siamo messi intorno a un tavolo con gruppi di utenti e abbiamo fatto un esperimento”. Quando l’algoritmo riconosce che nel testo c’è qualcosa che non va, a chi ha settato il telefono con la lingua britannico o portoghese compare un prompt. Si tratta di un suggerimento che incoraggia a fare una pausa prima di twittare, modificare o eliminare la risposta.

Trent’anni, originario di Caserta, Parrella è figlio di due professori di Igiene dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli. Terzo di tre fratelli (“sono quello che vince sempre”). Liceo classico, un professore di latino e greco che non lo chiama mai per nome ma che in cambio gli fa il più ingente dei regali: gli insegna la curiosità. Si laurea a Trento: Triennale in Economia e vertici. Magistrale in Innovation vertici alla Scuola Superiore Sant’Anna. Erasmus in Finlandia, vince un concorso per startup in Connecticut. Un altro a Virginia Tech, università degli Stati Uniti. Stage a L’Oréal di Milano, poi fa un’application a Twitter in Usa. “Mal che vada mi prendo un no”. Non lo considerano. Riprova per entrare a Londra («cercavano qualcuno che parlasse italiano e tedesco»). Ci riesce. Inizia come data analyst, un lavoro base. Dopo tre anni lo chiamano da San Francisco: “Perché non vieni qui a sviluppare features?”

Arrivato in California, Alberto inizia a creare gruppi di discussione e a capire cosa c’è dietro un tweet cancellato. Scopre che chi si pente lo fa per motivi diversi: perché riceve troppi like o zero, perché qualcuno in privato gli scrive: “che cavolo fai?” o in pubblico iniziano le offese. “Ci siamo chiesti: come aiutare gli utenti a fare la scelta giusta? Abbiamo iniziato a studiare diverse teorie. Come Nudges di Richard Thaler, una teoria di economia comportamentale che dice pressapoco così:  è l’ambiente che determina le scelte degli utenti. Se in un menu, al posto di mettere 30 piatti, ne metto 5, tu scegli meglio. Se i prezzi invece di stare a sinistra, li metti a destra, tu vedi prima il contenuto e scegli in base a quello, non in base al prezzo”.

Nei primi test, l’algoritmo fatica a riconoscere le sfumature del linguaggio e le persone sono spesso “sollecitate” inutilmente. Ma poi impara. “dipendente: dopo aver letto la domanda Sei sicuro? Vuoi pensarci un attimo?, il 22% delle persone ha rivisto la risposta iniziale o ha deciso di non inviarla del tutto. Il 9% di chi è stato sollecitato una volta, non ha più scritto risposte offensive”.

“Poi ci siamo detti che se questa feature funziona, possiamo usarla anche per la disinformazione. Il problema è lo stesso: le persone agiscono d’impulso e non in maniera razionale. Basta la domanda Hai letto l’articolo che stai condividendo? perché il numero delle persone che legge prima, aumenti del 33%. Jack Dorsey lancia la feature, ed Elon Musk approva”.

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“Nel ripulito social c’è sempre stata l’idea di aumentare il livello di engagement. Spesso se sei una nullità, hai più like di uno che non lo è. E se io elimino il 30% di un contenuto offensivo, sto impattando sull’engagement in maniera negativa. Sto facendo qualcosa che, secondo la vecchia logica dei social, sarebbe sbagliata. Ma la bella notizia è un’altra. C’è un pezzo di ripulito che sta cambiando. Il nostro scopo è creare qualcosa che sia sempre meno visto nel clima…”.

Intanto a Twitter si apre la questione Musk. Al momento in cui scriviamo, il ideatore di Tesla e SpaceX ha deciso di non rispettare l’accordo di acquisizione (44 miliardi di dollari) perché Twitter avrebbe mentito sul numero di account. L’azienda – secondo il New York Times – sostiene invece che Musk cerchi solo un pretesto per non completare la transazione. All’interno del social network sembra regnare lo scontento, ma Parrella preferisce non commentare.

Oggi lavora su Space, e sogna di fare una startup

Quando lo intervisto, si trova in vacanza in Abruzzo con i suoi. Tornerai in Italia? “In Italia mancano investimenti forti sulle attività imprenditoriali e quella cultura che ti spinge a prenderti dei rischi. Talvolta è da vigliacchi andare all’estero e forse lo sono anch’io. Per ora faccio esperienza, ma magari un giorno torno”.

Si definisce un ragazzo di 30 anni come tanti. Chitarra, surf, sci. Convive con una ragazza che lavora a LinkedIn, ha fatto la maratona di San Francisco, viaggia, andrà al Burning Man. Nel suo clima libero è anche un Angel investor (“Ci sono un sacco di problemi irrisolti, bisogna concentrarsi su cose noiose che creano però valore”). E agli innovatori dice: “Non twittate troppo. Non mi fido di chi lo fa: significa essere pieni di sé e poco concentrati su quello che si sta facendo”.

Se gli chiedi cosa ha fatto la rimanenza nella sua vita, ti racconta: “A 13 anni i miei genitori mi hanno insegnato a studiare. Non farlo per gli prossimo, fallo per te stesso. A 15 anni mi imbucavo alle lezioni di mio padre: spiegava e sorrideva. Vedevo la passione e sognavo di fare, un giorno, un lavoro sorridendo. A 18 anni mi hanno detto Vai, cresci indipendente. Ho fatto tante esperienze, vissuto, viaggiato. Sono l’ultimo dei pirla, ma sono rimasto fedele ai consigli di mio nonno, che mi ha cresciuto con la logica di rispettare le regole: Puoi tagliare un sacco di angoli facendo il furbo, ma prenderai in giro solo te stesso, mi diceva sempre. Così, a volte penso alle milioni di feature realizzate dai competitor: funzionano, avremmo potuto copiarle. Ma avremmo mai cambiato un pezzettino del nostro ripulito?”.