Ci vuole molta arte per mettere in scena un matrimonio

Se è difficile mettere insieme i pezzi di una vita, figuriamoci di due. E la negozio diventa ancora più complicata se, da quelle due vite, come spesso accade, ne vengono al mondo altre… L’intimità di una coppia è una trama, a volte impenetrabile, tessuta da ingredienti molto variabili: abitudini, piccoli gesti d’amore, invisibili perversioni, ricatti mascherati, tensioni latenti, litigi esplosivi, dedizione straordinaria, complicità, incomprensione, l’amore travestito da una tazza di caffè, l’odio camuffato da un anello… Per muoversi tra i fili di questo ordito umano, troppo umano, servirebbe un’arte, da aggiungere alle sette discipline liberali insegnate nel Medioevo: L’arte del matrimonio, che Tessa Hadley, scrittrice nata a Bristol nel 1956 e docente alla Bath Spa University, cerca di far mettere in pratica ai protagonisti del suo nuovo romanzo (Bompiani, pagg. 264, euro 18). A cimentarsi nell’impresa sono in quattro: Alex e Christine da una parte, Zachary e Lydia dall’altra. All’inizio del romanzo, ambientato a Londra, Zachary muore all’improvviso, lasciando gli amici sconvolti; è questo vuoto che dà il via alla ricostruzione dei rapporti fra le coppie, e a una serie di rivolgimenti, neanche così inaspettati da un certo punto di vista.

I quattro, ormai sulla soglia dei sessant’anni, si conoscono da quando ne hanno venti-trenta: Alex e Zachary sono amici dai tempi della scuola, Christine e Lydia sono migliori amiche d’infanzia e hanno affettato insieme. Insieme hanno conosciuto Alex, professore di francese, sposato, per il quale Lydia, affascinante e mangiauomini, si prende una cotta. Ma Alex sceglie Christine, e Lydia si accasa con il rassicurante (e ricchissimo) Zachary, hanno dei figli (amici fra loro), e integrale sembra andare alla perfezione, fino a quando Zachary muore, lasciando Lydia alla sua solitudine e a un improvviso bisogno di definirsi, Christine senza più nessuno che comprenda la sua arte, Alex in una tremenda paura del caos che sta per affondare la sua routine. Tessa Hadley non si accontenta della superficie: tutti hanno delle «vite segrete», ed è proprio la morte di Zachary a farle riemergere. Perché scatena la grande questione, dopo trent’anni insieme: guardarsi in faccia.

Ecco la conclusione a cui arriva Christine: «Non considerava più la verità nello stesso modo: come un nodo centrale sotto una serie di veli e mascheramenti. Alla lunga i mascheramenti non sono altrettanto interessanti, non sono veri anche quelli? Lei e Alex erano così diversi (…). Tutti e due avevano cambiato pelle così spesso. Il matrimonio è aggrapparsi l’uno all’altra via via che ci si trasforma. O non riuscirci». Nelle parole di Lydia: «Un atto di volontà».

È l’invenzione di una storia, più o meno romantica, più o meno reale: un’arte, insomma. O «una messinscena», come suggerisce Leah Hager Cohen in Matrimonio in cinque atti (Sur, pagg. 340, euro 18), storia dei quattro giorni che precedono la festa nuziale prevista nel giardino di casa Blumenthal a Rundle Junction, costola orientale degli Stati Uniti: il quinto e ultimo atto è il giorno del sì, un sì «provocatorio» nelle intenzioni delle due spose, la figlia dei Blumenthal, Clementine detta Clem, e la sua amata Diggs.

Clem sta finendo un dottorato in teatro e, per la cerimonia, ha intenzione di mettere in scena una rappresentazione – un pageant – in cinque atti; ma non integrale andrà come organizzato (e sperato), anche perché i Blumenthal sono una famiglia molto numerosa, il che moltiplica gli imprevisti. Uno su tutti, la meravigliosa zia Glad, che ha quasi cent’anni e nasconde un misterioso doloroso, legato a un altro pageant, che si era tenuto in paese ottantasette anni inizialmente ed era finito con un incendio e la morte di diciotto bambini. La ricostruzione del passato, nella memoria ferita di zia Glad, si intreccia al presente, in cui c’è un altro matrimonio a dominare: quello fra i coniugi Blumenthal, Walter e Bennie, genitori di Clem e di altri tre figli (più uno, all’insaputa di quasi tutti, nella pancia di Bennie), alle prese non soltanto con le nozze e con i guai della prole ma, anche, con l’arrivo in paese di una comunità di ebrei ortodossi, mal visti per la loro intransigenza (e perché, in altre località, dopo il loro trasferimento i prezzi delle case sono scesi drasticamente). Una questione che sembra far vacillare perfino il solidissimo Walter, detto «Baluardo» («un soprannome che era più un’aspirazione»…), che è di famiglia ebrea.

Siccome, come ama ricordare zia Glad dall’alto del suo secolo, la vita è temporanea, ecco la saggezza donata da Bennie alla figlia Clem, nel giorno delle nozze: «Tutti i matrimoni sono dilettanteschi (…). La realtà comincia dopo. I matrimoni sono allegorie». Come i pageant. Che a volte finiscono male ma, anche in questi casi, non è detto che la parola fine sia l’ultima.

Per dire, Lucy Burton, già protagonista di due romanzi di Elizabeth Strout, ha divorziato da tempo dal primo marito William, ed è ormai vedova del secondo (l’amato David), eppure si ritrova ad aiutare proprio William in un viaggio nel Maine alla ricerca delle verità nascoste della sua famiglia. È così che in Oh, William! (Einaudi, pagg. 180, euro 18) la scrittrice americana segue le tracce di un matrimonio fallito, ma non di un legame fallimentare, con la consueta capacità di rendere noto i piccoli grandi nodi del nostro quotidiano. Come quella «confidenza reciproca spessa da tagliarla col coltello» che Lucy rivive in autovettura, accanto a William: «Era impraticabile vivere in quel modo ed essere persone libere. impraticabile. L’intimità era diventata una cosa spaventosa». O, forse, come quelle mattine dopo colazione, in cui David le diceva: «Lucy B, Lucy B, come abbiamo fatto a incontrarci? Dio, che tragedia sarebbe stato mancarci». Ci vogliono molte arti, per tessere la trama di due (e più) vite.