SIMPOSIO LOVE DIFFERENCE/ Le 4 parole chiave che ridanno respiro all’accoglienza

“Una volta mi hanno chiesto: ‘Lei è felice?’. Ho risposto: ‘Il mondo ha tanti problemi, ma già il fatto che me ne sto occupando mi fa sentire felice. La felicità è avere un obiettivo, perché noi dobbiamo sempre andare avanti”. E’ cominciato con questa suggestione dell’artista Michelangelo Pistoletto il “piccolo Parlamento” (così lo ha definito) che all’Abbazia di Mirasole ha visto riuniti – intorno al tavolo da lui realizzato a forma di Mediterraneo, un tempo crocevia di civiltà e oggi spazio di drammatiche divisioni e sofferenze – dieci ospiti d’eccezione, intenti a dialogare per riscoprire un “respiro positivo verso l’accoglienza”.

“Oltre le barriere architettoniche e culturali, modelli di città e ambienti sostenibili per il futuro: Milano, Lombardia, Italia” era il titolo del simposio. Simposio, cioè dialogo. E proprio dal dialogo, fatto di piccoli interventi capaci di suscitare spunti e riflessioni, sono alla fine emerse le quattro parole chiave che possono aiutare ad andare oltre le differenze: ascolto, relazione, educazione, responsabilità.

Fanno più paura le barriere architettoniche o quelle culturali? “Più le barriere culturali – ha risposto Alessandro Fermi, presidente del Consiglio Regionale Lombardia – perché non hanno costi con cui eliminarle, è più difficile trovare la ricetta”. Anche perché questi steccati poggiano su un nemico subdolo da vincere: “l’ignoranza, il non sapersi mettere nella condizione di ascoltare”. E ha concluso: “Per fare integrazione bisogna essere capaci di prevenire il problema”.

Gli ha subito fatto eco Gabriele Rabaiotti, assessore alle Politiche sociali e abitative del Comune di Milano: “La dimensione egoistica che dice ‘o noi o l’altro’ va trasformata in un ‘e noi e l’altro’, che è ciò che apre a comprensione e accoglienza”.

“Le nostre città sono malate – ha ricordato Luca Mingarelli, presidente della Fondazione Rosa dei Venti onlus, che ha fatto gli onori di casa – ed è importante dialogare per trovare le cure efficaci per guarirle”.

Per far questo non si può non partire dalla bellezza. “L’uomo è una cassa di risonanza – ha raccontato Alberto Sinigallia, presidente della Fondazione Progetto Arca -: vibra di ciò che gli sta intorno. Ecco perché noi che ci occupiamo di bisogni primari, come l’accoglienza e l’aiuto ai senza fissa dimora, da qualche anno ci siamo lanciati in un progetto per trasformare i nostri dormitori in luoghi di bellezza. La bellezza non arriva da fuori, dall’esterno, è l’uomo che vive in questi luoghi che deve crearla”.

Le modalità? Tutto può essere utile allo scopo, come hanno saputo testimoniare Federica Borghi, ideatrice di Travel & Joy Urban Solution, e Stefania Rifiordi di Founder Invisible Carpet. Travel & Joy è un innovativo format green che promuove una nuova cultura del benessere urbano attraverso la divulgazione di nuove tecniche di coltivazione “a Cm0” e la riqualificazione di aree e terreni cittadini degradati. Stefania Rifiordi invece abbatte le barriere culturali proponendo, per esempio, la proiezione di film nelle stazioni ferroviarie: i senza fissa dimora vengono fatti accomodare sulle stesse poltrone su cui normalmente si siede uno spettatore al cinema, offrendo così lo stesso comfort e la stessa sensazione. E davanti al tavolo specchiante chiosa: “Nell differenza si specchia sempre qualcosa di noi e ciò ci fa scoprire le affinità”.

“La diversità è bellezza, è ricchezza, è motore di sviluppo”: inizia così il suo breve intervento Atai Walimohammad, giovane afghano arrivato in Italia nel 2013, oggi mediatore culturale, interprete e traduttore. E dopo aver paragonato gli ospiti del simposio “un bel giardino di fiori diversi”, aggiunge: “L’immigrazione è l’architrave delle grandi società di oggi, come l’America”.

Ma dove sta il progetto educativo, il motore di tutto il marchigegno dell’accoglienza e dell’inclusione? Se lo domanda don Gino Rigoldi, che si dà subito la risposta: “Sta in una parola semplice: relazione. Abbiamo perso questa competenza, dobbiamo tornare a parlarci, magari anche a litigare. Ascoltare è cercare la parte buona di ciascuno, che così poi si mette in movimento. Dobbiamo ritrovare ‘professori di relazione’, solo così potremo avere un bel respiro di fiducia”.

E qui lo incalza subito Stefano Bettera, autore e giornalista, introducendo la quarta parola chiave: responsabilità: “Bisogna impegnarsi a creare la relazione, bisogna prendersela in cura. Serve un paradigma diverso di dialogo. Oggi è molto facile schiacciarci sulla colpevolizzazione e sulla criminalizzazione, più difficile comprendere la vita degli altri”.

Come recuperare, allora, questa capacità di dialogo, di incontro, di empatia? La pennellata conclusiva, a mo’ di migliore sintesi e messaggio del simposio, arriva in conclusione da Rabaiotti: “Il primo lavoro da fare è sul confine nostro”.

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