Quello che sappiamo di non sapere sul boom di liquidità

Tutto ciò premesso, proviamo a riassumere cosa sappiamo finora. Un’analisi di 48 studi empirici pubblicati fino al 2019 (Paola di Casola, Banca centrale svedese, Suerf Policy Note n.243), che riguarda la Banca centrale europea, la Federal Reserve e la Bank of England, analizza l’effetto macroeconomico di un aumento della massa monetaria primaria – cioè quella prodotta direttamente dalle banche centrali – pari a cento punti base di prodotto interno lordo. In linea teorica, tale aumento può influenzare le grandi economie avanzate soprattutto attraverso due canali: riduce il premio al rischio e il premio alla liquidità che di solito si paga sui tassi di interesse sulle attività finanziarie a più lungo termine.

In termini pratici, tale aumento della massa monetaria ha provocato in media un aumento del prodotto interno lordo pari a 36 punti base negli Stati Uniti, 22 punti base nell’Area euro e 12 punti base nel Regno Unito. L’effetto stimato sull’inflazione è stato di 21 punti base negli Stati Uniti, di 11 punti base nell’Area euro e di 4 punti base nel Regno Unito. Allo stesso tempo, però, la dispersione dei risultati è molto alta, ed è tanto più alta quanto più gli effetti stimati sono alti, cioè nel caso degli Stati Uniti. Dunque l’ultra-espansione monetaria appare aver avuto effetti positivi sull’economia; è un risultato che piace molto alle colombe.

Ma la domanda dei falchi è: quali sono i rischi nascosti di tale politica, in termini di bolle dei prezzi, siano essi quelli dei beni e dei servizi, delle attività finanziarie, o delle case?

Qui l’unica risposta è che in generale la relazione tra massa monetaria e prezzi esiste, ma la sua dinamica in termini di tempi e modi è difficilmente prevedibile, soprattutto nelle fasi congiunturali straordinarie, come l’attuale; ad esempio, citando Milton Friedman, un premio Nobel per l’Economia difficilmente incasellabile nella categoria delle colombe, la relazione tra moneta e prezzi al consumo può palesarsi dopo «lunghi e variabili ritardi». Nondimeno, è una relazione, quindi un rischio, che esiste. Sarà importante che le banche centrali, Bce inclusa, non lo dimentichino mai.