Il bazooka della Bce rischia di diventare un boomerang verde

L’accusa di Greenpeace alla Bce di aiutare le imprese inquinanti rende evidente che esiste oramai una domanda di politica monetaria “verde” a cui le banche centrali, che tante parole stanno spendendo sul tema, devono dare una risposta conforme alle attese che esse stesse stanno contribuendo a creare. Altrimenti c’è un rischio boomerang, a partire dagli aspetti reputazionali.

Lunedì scorso l’organizzazione ecologista Greenpeace ha acceso i riflettori sul nuovo corso che la Bce ha avviato dall’inizio della pandemia, per quel che riguarda la politica di acquisto di titoli emessi da imprese private. In tale corso, la necessità di aumentare l’immissione di liquidità ha spinto la banca centrale ad abbassare gli standard in termini di rischiosità dei titoli acquistati. Da questa scelta, sottolinea Greenpeace, hanno tratto beneficio imprese altamente inquinanti, come Lufthansa, International Airlines Group, Renault e Technip. L’accusa si aggiunge a un precedente rapporto di varie organizzazioni ecologiste – inclusa Greenpeace – in cui si afferma che il 59% dei titoli privati utilizzabili come garanzia per i prestiti della Banca centrale europea – per un totale di 1,6 trilioni di euro – siano emessi da imprese inquinanti.

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Le scelte della Bce vengono criticate in base a due diversi criteri. In primo luogo appaiono in contrasto con l’obiettivo generale di emissioni–zero, da raggiungere entro il 2050, che tanti governi e istituzioni internazionali affermano di condividere. In secondo luogo sembrano cozzare con l’obiettivo specifico della politica monetaria di essere il più possibile neutrale.

Le osservazioni espresse da Greenpeace hanno un pregio, che è quello di accendere i riflettori su un quesito cruciale: che cosa si deve intendere per neutralità della politica monetaria, quando s’introduce il tema dell’impatto ambientale? La risposta discende da una premessa: la Bce, deve tener conto del tema ambientale sotto almeno tre punti di vista: come azienda produttrice che fornisce un servizio pubblico; come responsabile – anche se non unica – della vigilanza bancaria; come garante del potere d’acquisto dell’euro.

La terza prospettiva è quella più direttamente legata alla politica monetaria; in tale perimetro, ridefinire la neutralità ha due grandi implicazioni. Da un lato, la Bce deve chiedersi come l’impatto ambientale modifichi le sue conoscenze sul sistema economico su cui è chiamata a intervenire: è l’effetto “macroeconomico” sia sul meccanismo di creazione della produzione che su quello di formazione dei prezzi. Solo tenendo conto di tale novità la Bce potrà opportunamente definire la sua strategia. Data la strategia, anche la relativa realizzazione tattica dovrà tener conto della nuova sensibilità ambientale. Prendiamo le operazioni in titoli sui mercati finanziari. Il principio di neutralità della politica monetaria implica l’obiettivo di minimizzare l’assunzione di rischio: per chi produce moneta pubblica, è il primo criterio. Di riflesso, la sfida diventa quella di saper calcolare l’effetto “microeconomico” del rischio ambientale sui titoli che la banca centrale decide di utilizzare per le proprie operazioni.