Gli utili di Bankitalia sono garanzia d’indipendenza

I profitti della Banca d’Italia sono una buona notizia, perché rappresentano un presidio della sua indipendenza, e di riflesso rafforzano l’euro, la nostra moneta. Niente di meno, ma neanche niente di più, perché l’obiettivo di una moderna banca centrale è tutelare la stabilità monetaria, non certo quello di produrre utili.

Il governatore Ignazio Visco ha comunicato che per l’anno 2020 la Banca d’Italia, mantenendo costanti i suoi costi operativi, e nonostante la flessione dell’utile lordo legata all’andamento dei mercati finanziari, ha registrato un utile netto di 6,3 miliardi di euro, il cui 94% – 5,9 miliardi – viene versato allo Stato, insieme a imposte per 1,4 milardi, quindi per un totale di 7,3 miliardi. Negli ultimi cinque anni, la somma versata dalla Banca d’Italia ha raggiunto i 31,5 miliardi. È interessante notare come i media abbiano variamente commentato la notizia, sottolineando a seconda dei casi il volume dei profitti, oppure la caduta dell’utile, ovvero comparando le performance della Banca d’Italia con quelle della Bundesbank – che non ha avuto utili – o della Banque de France – che ne ha avuti per 1,9 miliardi. Sorge spontanea la domanda: qual è il significato macroeconomico dei profitti di una banca centrale, cioè dell’autorità che produce la moneta pubblica?

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La risposta dipende dalla prospettiva di analisi. La prima prospettiva è quella fiscale: la produzione di moneta è una forma di gettito fiscale. La prospettiva fiscale è sicuramente la più antica: parte del presupposto che il valore della moneta sia maggiore del costo necessario per produrla. La differenza tra valore e costo di una moneta è il signoraggio, un termine che richiama il privilegio di chi aveva il potere di battere moneta di estrarre da essa un vantaggio fiscale. Alle origini l’uso fiscale coincideva con forme più o meno sofisticate di manipolazione monetaria: l’obiettivo era quello di tassare i propri sudditi, senza farsene accorgere, con una finalità politica che è vecchia come il mondo: finanziare spesa pubblica, quindi consenso, senza pagare costi economici e politici. Originariamente la manipolazione monetaria avveniva riducendo il contenuto aureo della moneta.

Prendiamo “il dollaro del Medio Evo”, cioè la moneta dell’Impero bizantino: la nomisma. Per le esigenze del commercio, il suo contenuto d’oro doveva essere stabile; ma le spese dell’impero andavano finanziate, senza alzare le tasse. Così gli imperatori manipolavano la nomisma. Nel 1025 il bilancio dello Stato ammontava a 5 milioni di nomisma, e una nomisma conteneva oro per il 95 per cento. Ma c’erano guerre da finanziare: manipolando la nomisma – cioè riducendo l’oro contenuto fino all’81% nel 1055 – si aumentarono le entrate pubbliche, in media del 10 per cento. La manipolazione doveva fermarsi al 73%, perché altrimenti la nomisma diveniva troppo poco gialla, e i sudditi scoprivano l’inganno. Quindi nel signoraggio c’è qualcosa d’antico, ma anche di nuovo: simulando la produzione privata delle nuove criptovalute, è stato calcolato che chi produce per primo può partire da un signoraggio del 21 per cento.

La seconda prospettiva è quella monetaria: la produzione di moneta deve tutelare il potere di acquisto dei cittadini, quindi bisogna evitare le manipolazioni monetarie moderne, a partire dall’inflazione. Dunque la produzione della moneta deve essere separata dai politici, e gestita da una banca centrale da loro indipendente.